domenica 21 luglio 2019   
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Visti per Voi » Gomorra  
La violenza e la cultura della camorra, strangolano e sopprimono ogni espressione di vita

GOMORRA – voto: 8

Un progetto coraggioso riuscito

La trasposizione cinematografica del romanzo capolavoro di Roberto Saviano, appariva a molti come un percorso irto di ostacoli. Un progetto ambizioso dove le intuibili difficoltà di natura ambientali e logistiche, si fondevano alla esigenza di dare vita ad un film artisticamente all’altezza del potente contenuto dello scritto letterario.

Matteo Garrone, regista romano non ancora 40enne giunto al suo sesto lungometraggio (il noir “ L’Imbalsamatore “ del 2002, e la drammatica storia sentimentale narrata in “ Primo Amore “ del 2004, i suoi precedenti meglio riusciti) è uscito vincitore da questa sfida, ma non solo. Il suo “ Gomorra “ cinematografico ha acquisito strada facendo una sua personalità, forgiandosi di una identità artistica propria, e distaccandosi dall’omonima opera narrativa ma senza smarrirne la penetrante efficacia del messaggio. Il Grand Prix della giuria all’ultimo Festival di Cannes non sarà la Palma d’Oro a cui tacitamente si sperava, ma rimane un attestato importante che premia la grande qualità del prodotto italiano.

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Il lavoro scaturito infatti è di straordinaria forza e potenza, un magnifico esempio di cinema narrativo e descrittivo, che con lucido, vivido e agghiacciante realismo, si addentra nei meccanismi che regolano una delle peggiori italie esistenti. Garrone, definito da molti critici come l’erede più autorevole del neo realismo cinematografico italiano, trascura volutamente le porzioni del libro dal taglio prettamente giornalistico e d’inchiesta, per concentrarsi sulle umanità in gioco e sui meccanismi spietati della società camorristica.

Il regista romano, coadiuvato da 4 bravissimi sceneggiatori (Massimo Gaudioso, Ugo Chiti, Gianni di Gregorio e Maurizio Braucci, oltre allo stesso Roberto Saviano), sceglie un pacchetto di storie tra le tante narrate dal Gomorra romanzo. Vicende non connesse tra loro, ma tutte saldate dal medesimo filo di dolore, degrado, disperazione e violenza, gli ingredienti basilari di quella ricetta che consente alla Camorra di amministrare i destini di intere regioni. Sullo sfondo architettonico delle “ Vele di Scampia ”, di quello malavitoso lacerato dalla faida tra la vecchia camorra tradizionalista e la emergente degli “ scissionisti “, e quello imprenditoriale dalla facciata “ clean “, un microcosmo di umanità cerca di sopravvivere o di imporre le sue regole.

Le storie narrate

Emerge la storia del sarto Pasquale ( Salvatore Cantalupo ), costretto a sottomettere la sua arte e passione alle regole di una malavita in grado di sopprimere qualsiasi estro creativo al di fuori del suo controllo. La umana ricerca verso la soddisfazione delle sue ambizioni personali, sfocerà in balia di altra illegalità e sfruttamento, in quel tunnel senza sbocchi che è il lavoro nero in mano alla criminalità.

Brilla il cinismo dell’industriale Franco ( Toni Servillo ), che sfoderando l’immagine rassicurante di un moderno e raffinato uomo d’affari, procura interessi stellari alla camorra smaltendo a basso costo i rifiuti di ciechi imprenditori del nord Italia, e imbottendo di sostanze tossiche di ogni genere le campagne Campane, condannando a morte un intero territorio con i suoi abitanti.

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Emblematica la figura del “ Don Ciro “ ( Gian Felice Imparato ), che in codice camorristico fa “ Il Sommozzatore “. Strisciando nei bassi fondi dell’oceano malavitoso e districandosi tra scontri e regolamenti di conti, il suo compito è di distribuire una sorta di assistenza previdenziale mensile ( 500 euro ) per le famiglie di chi ha speso una vita per la camorra: vedove, mogli di detenuti o ex affiliati in pensione. Imbattendosi nelle loro quotidiane frustrazioni e miserie, è il simbolo della malavita che soppianta lo Stato in tutto e per tutto.

Di una tristezza assoluta la vita di Totò ( Salvatore Abruzzese ), bambino che circondato dal nulla assoluto che la camorra lascia attorno a sé, viene come tanti coetanei attratto dalla sua cultura, perché il non farne parte ha come unica alternativa la fuga e come conseguenza l’essere niente. Una volta iniziato alle sue regole, non potrà sottrarsi alle scelte che ogni membro di un clan deve sostenere, bivi intrisi di sangue e di morte, privi di sconti per donne e bambini.

Amara e simbolica la rincorsa al “successo” di Marco e Ciro ( Marco Macor e Ciro Petrone ), due adolescenti cresciuti imparando a memoria le battute di “Scarface “, che sognando una carriera da boss si lanciano in una sfida impossibile a chi la morte la mastica quotidianamente. Vite smarrite, perdute, vuote di ogni speranza, a simbolo di generazioni alla deriva assoluta, che nel senso di potere proveniente dall’impugnare un arma o dal fare furti o rapine, trovano l’unica ragione che li elevi dal nulla da cui provengono.

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Maria ( Maria Nazionale ), vive segregata in una delle tante misere case di Scampia, in preda al terrore quale potenziale bersaglio di una vendetta trasversale in qualità di moglie di un detenuto. La camorra l’ha costretta ad una vita spogliata della legalità per le scelte del proprio uomo prima, e prigioniera del terrore quale conseguenza delle medesime poi.

Attori e sequenze

La scelta di un cast composto da un mix di attori professionisti e volti reclutati a Scampia e in altri santuari della camorra, ha dato risultati straordinari. Artisti esperti ed esordienti, reggono il reciproco confronto amplificando il risultato finale. Spesso gli attori non sembrano quasi recitare per bravura e spontaneità, e al cospetto di interpretazioni di grande spessore come quelle di Servillo, Cantalupo e Imparato, la veridicità di chi impersona se stesso in situazioni vissute anche in prima persona, serve a fornire un valore aggiunto inestimabile.

Tra tutte la prova di Servillo è splendida. Un momento d’oro nella carriera dell’attore nato ad Afragola ( Napoli ), che a pochi mesi da “ La ragazza del lago “( trionfatore agli ultimi Donatello del cinema italiano) e con il contemporaneo “ Il Divo “ ( anche questo in concorso e premiato a Cannes 2008), ha dato prova di una rara versatilità e professionalità.

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Il personaggio Franco è tra i più controversi del romanzo, incarnando il nuovo e terribile volto della moderna camorra. Nel libro, Saviano lo descriveva come un uomo che quando guarda un paesaggio non vede cosa ha dinanzi a sé, ma pensa a cosa seppellirvi sotto la sua superficie. Un cinismo realistico che in frasi come “ L’aggio mandato io in Europa ‘stu paese e’mmerda”, sottolinea quanto la malavita organizzata abbia beneficiato della complicità di un intero sistema.

Vi sono poi alcune sequenze tra le tante, che colpiscono per la loro forza dirompente: dai “ test attitudinali” a cui Totò ed altri ragazzini sono sottoposti desiderosi di entrare nei clan, a Marco e Ciro che sparano a invisibili nemici sulla spiaggia in preda ai loro deliranti sogni di potere, alla fila di camion carichi di rifiuti che guidati da bimbi Rom vengono condotti in una delle cave trasformate in discariche chimiche. Un esempio di quanto la forza delle immagini contribuisca a rendere il già noto indimenticabile.

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