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Visti per Voi » Hunger  
HUNGER
di Enrico Gatti


Regia: Steve McQueen
Gran Bretagna, 2008
Voto: 8


Grazie al successo di Shame arriva nelle sale italiane Hunger, il primo film del promettente regista britannico Steve McQueen. Interpretato da quello che, nonostante le due sole collaborazioni, alcuni già definiscono l’attore feticcio del regista, Michael Fassbender, Hunger è la storia di un detenuto militante dell’IRA divenuto noto perché deceduto a seguito di un lungo sciopero della fame intrapreso per protestare contro le condizioni dei prigionieri politici durante gli anni (‘70-’80) in cui a guidare il paese era la Lady di ferro, Margaret Thatcher.
A parte le premesse, mi riesce comunque difficile classificare questo film come un film politico. La questione storica rimane infatti inconsistente e si concretizza sporadicamente solo all’ascolto dei discorsi registrati della Thatcher. Anche il lungo piano sequenza con Fassbender che dialoga col prete (Liam Cunningham) non sembra voler entrare troppo nel merito del perché delle scelte, ma piuttosto sembra volersi concentrare su chi le compie. La prospettiva privata non viene mai accantonata in favore di un’oggettività storicamente esatta. E’ per questo che il contesto dentro al quale Hunger si muove sembra più un pretesto per mettere in scena quello che di più basso e forse di più alto c’è nella natura umana.
Da un lato il sacrificio. In nome di un ideale un uomo è anche disposto a morire. Quale coraggio serve per rinunciare all’unica cosa che in fondo abbiamo.
Dall’altro la sofferenza. Sporca, spregiudicatamente carnale, morbosa, palpabile, concreta. In un certo senso il lato più oscuro della cattiveria (e della condizione) umana esprimibile lucidamente solo in certi contesti, perché fuori da questi verrebbe definita ‘mostruosa’. L’uomo lo sappiamo può essere carnefice, può essere vittima, ma quello che nel film è inquietante è vedere quanto sia bravo ad essere carnefice di se stesso.
Lo stile già estremamente personale, composto di dettagli colori umorali e rumori organici, descrive il corpo di un uomo oramai ridotto a pura materia, nuda e senz’anima. Come in Shame, l’individuo è schiavizzato dalla sua dimensione corporea perché in grado di piegarlo alle sue regole inviolabili fatte di impulsi e dolori, regole alle quali è possibile ribellarsi solamente attraverso la morte. Carne e ossa al posto di ferro e cemento, una prigione in cui tutti entriamo nel momento in cui veniamo al mondo.
Forte e volutamente morboso, il film di McQueen si presenta a testa alta portandosi ad esempio di un cinema coraggioso, contento di potersi dire provocatorio. Un fortunato epilogo per un ottimo lavoro immeritevole di anonimato.

 

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