domenica 21 luglio 2019   
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Visti per Voi » Il dubbio  

La forza del dubbio: da strumento di conoscenza ad arma del pregiudizio

 

Il Dubbio – voto: 6/7

 


 

Filosofie religiose e umane allo scontro

Bronx, 1964. Il collegio della parrocchia di St.Nicholas è il teatro di un duro scontro tra la preside suor Aloysius Beauvier (Meryl Streep), ed uno degli insegnanti nonché parroco della comunità religiosa, padre Flynn (Philip Seymour Hoffman). La prima si ispira ad una filosofia religiosa ferrea e conservatrice, fondata su di una austera conduzione e concezione della vita. Essa impone agli studenti una rigida disciplina, stabilendo con loro un rapporto basato sul terrore. Verso il resto del mondo e gli altri insegnanti, suor Aloysius si comporta da vera integralista, chiusa nel castello eretto sui principi di una religiosità incapace di aprirsi ai cambiamenti di qualsiasi natura e ambito, e tracciando un solco per elevarsi e forse proteggersi dai drammi della gente comune. Il suo granitico conformismo è marcato da una profonda intolleranza verso ogni sfumatura del quotidiano fuoriesca dai suoi rigidi canoni, che questa sia il frutto di condotte umane, o del semplice progresso come l’uso della penna biro. Una diffidenza genetica e contagiosa anche e soprattutto verso chi la circonda, dove a farne le spese sarà più di tutti l’ingenua consorella James (Amy Lou Adams). In lei suor Aloysius, promuove la sistematica cultura del sospetto e del dubbio, coinvolgendola in quel circolo vizioso che porta ad accanirsi verso chiunque esprima con parole o gesti, una diversa interpretazione della vita, se religiosa in particolare.
L’ attenzione della preside si concentra su padre Flynn, promotore di una figura di sacerdote aperta, tollerante e disponibile al dialogo. Flynn è un prete che interpreta il nuovo volto della religiosità, quello di uomini di fede che scendono tra la gente cercando di alleviare i loro dolori quotidiani, senza giudicarne errori e debolezze. I suoi sermoni domenicali affrontano senza esitazioni temi come la speranza quale linfa degli uomini, i tentennamenti della fede, i danni provocati dal pregiudizio e dal pettegolezzo. Con gli allievi instaura un rapporto amichevole, e i giovani, ragazze comprese, lo ricompensano con confidenze e affetto. Tra questi, padre Flynn stringe un legame particolare con Donald Miller (Joseph Foster), il primo e unico studente di colore della scuola. Saranno proprio le attenzioni verso questo ragazzo, che indurranno suor Aloysius a sferrare una crociata contro padre Flynn, accusandolo di atteggiamenti pedofili verso lo studente.
L’urto tra queste filosofie religiose e umane che ne consegue, e l’assenza di una comprensione verso i comuni errori e le ombre del passato da parte della preside, segnerà il destino di entrambi.

 

Il regista è l’autore della piece teatrale

 La regia de “Il Dubbio” è di John Patrick Shanley, già autore della omonima piece teatrale che gli valse il Pulitzer nel 2005, opera tra l’altro in scena da diversi mesi nei teatri italiani con la direzione di Sergio Castellito, e con Stefano Accorsi e Lucilla Morlacchi quali protagonisti. Lo scrittore, drammaturgo e sceneggiatore americano, nativo proprio del Bronx, ottenne nel 1987 il primo grande riconoscimento con l’oscar per la sceneggiatura di “Stregati dalla luna”. Nel film che premierà con la statuetta anche la attrice e cantante Cher, Shanley investe con successo le sfumature umane e sentimentali figlie di una vita cresciuta nel poliedrico e multi etnico quartiere newyorkese. Il debutto alla regia è di tre anni più tardi, con il convincente “Joe contro il vulcano”, dove un umile impiegato, scuote la sua grigia esistenza quando sceglie di vivere da leone gli ultimi suoi giorni prima di gettarsi dentro il vulcano. Modesti se non mediocri, i film “Alive – Sopravissuti” del 1992 e “Congo” del 1995, ai quali contribuì in seguito.
 


 

Un lavoro solido, di pura recitazione

 “Il Dubbio” conserva la sua impronta fortemente teatrale. Un lavoro solido, dotato di una regia forte, ben impostata, ma di sicuro non la preferita per chi ricerca nel cinema, soluzioni innovative e dinamiche. La pellicola è il frutto di una scuola ispirata alla tradizione del cinema americano, dove la recitazione pura, i dialoghi e i silenzi, uniti a piani di ripresa privi di alcun sussulto extra, non lasciano spazio a sorprese, ma forniscono elementi quasi didattici per chi si avvicina al mondo della celluloide.
Non è casuale che la Academy Awards abbia premiato “Il Dubbio”, con ben 4 nominations interpretative per la corsa agli oscar del 2009. Candidata quale miglior attrice protagonista è Meryl Streep, giunta alla sua quindicesima nominations complessiva in carriera con 2 oscar nel palmares: “Kramer contro Kramer” del 1980 al fianco di Dustin Hoffman, e “La scelta di Sophie” del 1983. Due prove eccelse in un curriculum di interpretazioni memorabili come in “Silkwood”, “La mia Africa”, “I ponti di Madison County”, “Grido nella notte”, “Il cacciatore”, solo per citarne alcuni.
Suor Aloysius è una nuova perla della sua collezione, impossibile a prima vista, quale performance della stessa attrice che solo pochi mesi fa abbiamo visto nei panni della scatenata ed esuberante protagonista della commedia musicale “Mamma mia”. Una interpretazione perfetta, sottilmente curata nei dettagli. Ogni muscolo, ogni espressione, sussurro, battito di ciglia o sguardo, sono il frutto di una meticolosa ricerca del personaggio. Perfino i silenzi urlano. Il peso del non detto da parte di una donna tanto intransigente, diffidente, ambiziosa e così satolla di certezze costruite anche solo sul semplice sospetto, graverà come un macigno, perché le intenzioni saranno il motore di scelte figlie del pregiudizio, e Meryl pone tutto quanto in rilievo magistralmente.
Quale attore non protagonista, nominations anche per Philip Seymour Hoffman, già oscar come miglior attore con “Truman Capote” del 2005, e sempre di più l’artefice di grandi interpretazioni come nel recente e durissimo “Onora il padre e la madre” del 2008. Padre Flynn è il volto della religiosità che ogni laico vorrebbe incontrare. Un uomo prima di un prete, che pone l’umanità dei sentimenti e del intelletto fusi nella comprensione, alla base di ogni relazione. Seymour Hoffman, ha costruito la sua carriera su personaggi spesso controversi, in grado di esprimere ogni grettezza e fragilità. Un attore poliedrico capace di conquistare nel tempo, i favori del grande cinema grazie al talento e al lavoro, pur sprovvisto di quei tratti esteriori non canonicamente hollywoodiani.
Quali attrici non protagoniste, nominations per Amy Lou Adams e Viola Davis ( la signora Miller madre di Donald), in una insolita sfida spostatasi anche all’interno di un cast del medesimo film. Entrambe brave e convincenti, rappresentano i due diversi modi di reagire al seme del dubbio diffuso da suor Aloysius: la prima, anima pura ed innocente, ne subirà gli effetti con amaro ma istruttivo e doloroso riscontro; la seconda, più assuefatta ai dolori della vita, saprà erigere una barriera di concreta solidità nel nome dell’amore per il figlio, respingendone con forza ogni strumentale e viscida azione.

 


 

In sospeso tra speranza e cambiamento

Le dinamiche scelte da Shanley nel costruire il suo lavoro, rendono la pellicola non di puro intrattenimento, richiamando lo spettatore ad uno sforzo di analisi e di riflessione. Trattasi di un film appoggiato saldamente alla superba fattura dei dialoghi. L’incedere lento, sprovvisto di significativi intervalli scenografici, non pregiudica la crescente tensione di fondo. L’atmosfera diventa sempre più elettrica man mano che lo scontro tra i due protagonisti si acuisce. Al riguardo il regista precisa:” Buona parte del dramma di questa storia è nei dialoghi, soprattutto nel confronto tra Flynn e la Aloysius. Io dovevo trovare un modo di farlo funzionare a livello cinematografico. Anche i silenzi sono utili per la storia in termini di drammaticità, permettendo al pubblico di trovare il tempo di capire quello che è stato detto e di concentrarsi bene sulla deliberata scelta di parole usate dai nostri personaggi.”
La vicenda è ambientata nel 1964 e quel vento che soffia tra le mura dell’istituto St.Nicholas, è la via scenografica che per parola dello stesso Shanley, egli ha scelto per introdurci ad un mondo spazzato dalle folate di un repentino cambiamento. Gli Stati Uniti soffrono ancora dello shock emotivo conseguente alla morte del presidente Kennedy. Tra le pieghe della gente comune, si è affievolita gran parte di quella speranza investita nello statista democratico assassinato, e uomini come padre Flynn cercano con tutte le forze di ravvivarla. Il mondo ecclesiastico vive una fase di profonda trasformazione. Il Concilio Vaticano II in corso d’opera (avviato da Papa Giovanni XXXIII nel 1962, concluso da Paolo VI nel 1965), sta per promuovere rinnovamenti che nel tempo porranno nell’angolo interpreti conservatori della parola di Dio come suor Aloysius. Il film affronta apertamente un tema tanto delicato e ancora oggi irrisolto quale è la pedofilia tra i sacerdoti, scegliendo di conservare una posizione neutra, lasciando allo spettatore di trarre le proprie personali conclusioni. In un contesto dove il presente è così in sospeso tra passato e futuro, Shanley ha voluto promuovere una profonda riflessione interiore sull’azione mossa dal seme del dubbio, in un ambito di estrema delicatezza morale quale quello ecclesiale, dinanzi ad uno dei reati più abominevoli come la violenza sui minori.

 

Da elemento di conoscenza ad arma del pregiudizio

Il film di Shanley ci illustra chiaramente quanto il dubbio possa divenire una entità fortemente soggettiva, nonchè facile preda di manipolazioni strumentali.
Si può fare del dubbio un motore della curiosità, una spinta ad approfondire la conoscenza dell’uomo verso ciò che non si comprende o si ignora, magari per accertare la verità o per maturare la cultura della riflessione, per aiutarci a capire, a tollerare, ad accettare il diverso. Come affermava padre Flynn in uno dei suoi sermoni, il dubbio può divenire solido come le certezza, se inteso come la ferma consapevolezza del continuo bisogno di sapere e conoscenza dell’uomo, quale forza trainante di una anima fragile ed insicura proprio perché umana.
In mano ad altri il suo significato può essere stravolto, e da impalpabile stimolante sostanza, si può trasformare in una viscosa, acida e corrosiva massa, in grado di saturare il nostro essere, contaminando ogni pensiero. Il dubbio muta così in elemento discriminante, prende la forma di strumento per innescare quel pregiudizio prima latente poi palese, che se coltivato sfocia nella totale intolleranza verso chiunque non pensi, parli o si comporti come noi riteniamo sia giusto. Assume la solidità delle certezze, ma in totale antitesi al concetto di padre Flynn.
Se manipolato ad arte poi, il dubbio serba la deleteria proprietà del contagio: come un virus contamina le vite e influenza le menti, quale artefice di una cultura del sospetto collettiva.
Quale autentico seme del male inaridisce l’anima degli uomini, ma nemmeno chi ha contribuito a diffonderlo come suor Aloysius, può nutrire la certezza di non esserne contagiato.

 


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