giovedì 18 luglio 2019   
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Visti per Voi » Il papà di Giovanna  
Una storia toccante e profonda racconta di un disagio senza tempo

Il Papà di Giovanna – voto : 7

La trama

Siamo a Bologna nel 1938, in pieno ventennio fascista, e Michele Casali ( Silvio Orlando ) è un professore di disegno che insegna nel medesimo liceo frequentato dalla figlia Giovanna ( Alba Rohrwacher ). Casali è un docente un po’ fuori le righe, spesso controcorrente, ma il suo difetto più grande si rivelerà il prolungare anche tra le mura scolastiche il suo ruolo di padre. Giovanna è una 17enne non bella, ricca di complessi, dal carattere difficile e chiuso, con la tendenza a distorcere la percezione della realtà e molte difficoltà nel socializzare. A complicare le cose concorre il comportamento del padre che da sempre si rifiuta di vedere la figlia come una ragazza diversa dalle sue coetanee. Michele ha un’adorazione quasi malata per la figliola, assecondandone stranezze e fantasie, e cercando in tutti i modi di incoraggiarla anche nell’inseguire sogni romantici proibiti. Un atteggiamento questo, che sin dall’infanzia di Giovanna è motivo di scontro con la moglie Delia ( Francesca Neri ), una donna bellissima, ma aspra e frustrata. Una insoddisfazione che nasce da una vita non facile in un epoca di sacrifici, condita da un lungo matrimonio mai acceso dalla passione, e dal peso nell’anima per quel cordone ombelicale tra padre e figlia che a differenza di quello naturale nessuno ha mai troncato.

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Il professore un giorno, elargisce un trattamento di favore ad un piacente studente, l’ennesimo gesto per assecondare una illusione della figlia. Infatuatasi del compagno di scuola e incapace di metabolizzare la inevitabile delusione sentimentale, Giovanna reagirà con un violento e rabbioso gesto omicida dinanzi allo svanire di un nuovo sogno, uccidendo la giovane amante del ragazzo. Toccherà all’amico poliziotto e vicino di casa Sergio ( Ezio Greggio ), arrestare con la morte nel cuore la disorientata Giovanna, incapace di percepire la gravità della situazione. Seguiranno anni difficili, dove tutta la famiglia pagherà le conseguenze di quel tragico gesto; anni dove pur scontando un pesante destino, ognuno ritroverà se stesso libero dalle ambiguità.

Una storia toccante in una ambientazione riuscita

Il regista bolognese festeggia i suoi 40 anni di cinema con il suo 38esimo film, confermandosi grande narratore di sentimenti e revocatore dei ricordi attraverso storie che arrivano dal passato ( spesso emiliano ). Pupi Avati confeziona un buon prodotto, e nonostante una critica non del tutto allineata al suo fianco, alcuni ritengono “ Il papà di Giovanna “, tra i suoi migliori lavori. Come sempre raffinato, elegante, descrittivo ( per alcuni a volte eccessivamente), Avati ci riconduce in quella Bologna del 1938 che lo vide nascere, riportando in vita uno spaccato di storia italiana attraverso i drammi del fascismo e le cicatrici della guerra. Una ambientazione riuscita, che raggiunge lo spettatore attraverso un mix di sequenze tratte da filmati dell’epoca e la cura prestata alla ricostruzione scenica.

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A differenza di altre pellicole del passato pur sempre di finissima qualità ma leggere, “ Il Papà di Giovanna “ graffia a fondo lo spettatore, colpendolo con una storia toccante e bellissima. La tetra e cupa atmosfera di un fascismo dilagante, delle leggi razziali, dei primi cenni dell’incombente tragedia bellica, fanno da sfondo ad un vincolo d’amore tra padre e figlia puro e assoluto, capace di superare discriminazioni e guerre, e di elevarsi come istintiva e unica ragione di vita. Un amore cieco, contaminato da un reciproco distacco dalla realtà, ma che consentirà a Michele di affrontare verità scomode grazie allo sguardo sincero e impietoso di Giovanna: sapranno con l’aiuto reciproco ritrovare insieme la luce in fondo al tunnel buio della distruzione che li circonda. Padre e figlia aldilà della malattia della giovane, si rivelano più simili di quanto si possa credere, sognatori, sentimentali e bisognosi di amore fino all’estremo, accomunati da una patologica repulsione verso la realtà delle cose.

La critica come si accennava si è disunita: non è isolata la voce di chi rimprovera Avati di aver messo troppa carne al fuoco, fondendo sentimenti privati e ricostruzione storica in modo troppo confuso, e di aver puntato ad un revisionismo storico troppo marcato ( le uniche sentenze di morte sono esercitate dai partigiani).

Una “ affettuosa dittatura “

Avati si conferma inoltre un talent scout di eccezione, esaltando volti emergenti del cinema ( oggi Alba Rohrwacher, come in passato Mariangela Melato, Gianni Cavina, la meteora sfortunata Nick Novecento, Vanessa Incontrada), o di riproporre sotto nuova luce personaggi affermati ( qua Ezio Greggio come accadde a Diego Abatantuono, Carlo delle Piane, Neri Marcorè, Katia Ricciarelli, solo per citarne alcuni ). Il suo stile di regia e di gestione del cast sul set, ha trovato l’unanime consenso degli attori. Pupi insieme al fratello minore e produttore Antonio Avati, esercitano secondo le parole di Silvio Orlando “ una affettuosa dittatura “, preoccupati di infondere un calore che avvolgendo il set si propaghi agli spettatori. Seguono gli attori da vicino, senza limitarsi ad osservarli dai monitor, ma rimanendo durante le riprese a pochi metri da loro, quasi a volerli guidare passo dopo passo. Una vicinanza non ossessiva e soffocante, che anche per Francesca Neri è stata una guida importante perché “ ci si sente protetti ad ogni sguardo o battuta “.

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Una “ Coppa Volpi “ individuale, un elogio di squadra

Grazie all’interpretazione di Michele Casali, Silvio Orlando ha vinto la Coppa Volpi quale miglior attore all’ultimo Festival di Venezia. Orlando è superlativo. Egli porta in scena tutta la fragilità dell’essere padre, in un intensa collezione di errori per eccesso di affetto anche con conseguenze drammatiche, che troveranno la redenzione nell’unica via a lui conosciuta: amore istintivo incondizionato e cieco verso la sua Giovanna.

Se il riconoscimento ufficiale ha premiato solo Orlando, tutti sono concordi nell’elogiare la prova di squadra del resto del cast. Francesca Neri è una Delia “ forse troppo bella “ per essere una mamma in quelle condizioni difficili. Come lei ha dichiarato descrivendo il suo personaggio “ se Michele è forse il padre che ogni figlia desidera, Delia è la madre che nessuno vorrebbe avere”. Una attrice matura che ha interpretato con intima sofferenza la storia di questa donna sprovvista degli strumenti per far fronte agli eventi della sua vita.

Alba Rohrwacher ed Ezio Greggio, rappresentano per motivi diversi le sorprese del film.

Parlare di Alba come di una vera sorpresa risulta restrittivo ed inesatto per la crescente attenzione che produttori e registi gli riservano da 5 anni a questa parte. Nel 2007 poi l’abbiamo vista interprete in quel “Giorni e Nuvole “ di Soldini, film che gli ha regalato il David di Donatello come miglior attrice non protagonista dell’anno per il nostro cinema, senza dimenticare il recente “ Caos Calmo “ con Nanni Moretti.

La sua Giovanna ha una personalità complessa, da portare in scena senza il fardello di nessun giudizio morale. La Rohrwacher sente che pur senza condividere le reazioni estreme del suo personaggio, quella componente rabbiosa e inconsapevole di Giovanna abita anche se silenziosa e inattiva, in ognuno di noi. Interpretare una ragazza non bella l’ha fatta sentire più libera ( anche se aggiunge “ che per lei Giovanna è bella “ ) e l’esperienza delle scene girate nell’ex manicomio di Maggiano ( Reggio Emilia ), “ tra mura che ancora traspirano dolore “, sono state toccanti e commoventi per l’intera troupe.

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Ezio Greggio si è messo a disposizione del regista con grande umiltà, e la sua interpretazione è risultata drammaticamente credibile e convincente. Sergio è un uomo normale, una brava persona che era anche poliziotto, ma che soffre enormemente per la tragedia che si abbatte sulla famiglia del vicino amico. L’attore si è dichiarato entusiasta dell’esperienza, e come è già accaduto ad altri artisti toccati dalla mano di Avati, questa prova potrebbe aprire futuri scenari professionali fino ad ora impensabili.

Un disagio senza tempo

“ Il Papà di Giovanna “, affronta temi di un disagio senza tempo. Non è un caso che da un racconto ambientato 70 anni fa, giungano gli echi dei medesimi conflitti che turbano le famiglie dei giorni nostri; difficoltà nel rapporto tra genitori e figli; disagio giovanile nel riportarsi ai dogmi della società, come il peso del fattore estetico nell’esigenza dell’apparire; il matrimonio spesso come un paravento sociale dietro cui rifugiarsi, ponendo in secondo piano lo spessore e la sincerità dei sentimenti.

Nella nostra realtà come nella pellicola di Avati, buona parte di queste difficoltà hanno origine negli squilibri emotivi e di relazione che insorgono tra i componenti del nucleo familiare. Una serie di ferite le cui cicatrici rischiano se non curate, di condizionare l’intera nostra vita ricadendo a loro volta sui nostri cari.

Ma come ci insegna il regista nel suo finale, a volte guardarsi negli occhi per finalmente leggere quanto ci dicono, può aprirci una speranza su di un futuro diverso.

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