giovedì 18 luglio 2019   
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Visti per Voi » In questo Mondo Libero  
Un mondo libero privo di regole


In questo mondo libero… - voto : 7



Una delle definizioni che la stampa internazionale ha dedicato alla figura di Ken Loach è stata  quella di “Regista necessario”.
Un termine che assume i contorni di una onorificenza tesa ad omaggiare la carriera di uno dei registi più graffianti del cinema mondiale.
Ci siamo soffermati più volte su queste pagine di quanto il cinema possa divenire uno strumento di narrazione e di condanna, di come sia in grado di valicare le frontiere del semplice intrattenimento.
Loach ha fatto del suo cinema un impegno sociale nel senso più vero. Le sue storie, i suoi personaggi, vivono e raccontano di un mondo per tutti imperfetto, difficile, dove le regole degli uomini generano ingiustizie e dolore, ma sono anche trame che a prescindere dal tempo e dal luogo, manifestano un forte bisogno di speranza.

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A combattuto le dittature ( “Terra e Libertà” 1995  e “La canzone di Carla” 1996), il sistema politico di casa ( “My name is Joe” 1997), la burocrazia del welfare ( “Ladybird Ladybird “1994 ); si è schierato al fianco dei clandestini messicani che attraversano il confine per lavorare negli Usa ( “Bread and Roses” 2000 ), dei disoccupati di Shieffeld ( “Paul, Mick e gli altri” 2001 ), degli adolescenti britannici ( “Sweet Sixteen 2002).
Si definisce un innamorato del suo paese, animato da quel genere di patriottismo che lo ha reso incapace di chiudere gli occhi davanti alle sue pecche, ed è anche per questo che la sua patria non lo ripaga dello stesso amore.
Lo scorso anno vinse a Cannes la Palma D’Oro per “Il vento che accarezza l’erba”, un film durissimo e passionale sulle lacerazioni e gli orrori della guerra d’indipendenza d’Irlanda.
 Il 71enne regista di Nuneaton ( Gran Bretagna ), diviene necessario perché la sua denuncia è  un veicolo per trasmettere al mondo il suo fermo intento a non arrendersi al bisogno di mutare lo stato delle cose: non si deve rimanere immobili davanti a ciò che si ritiene non giusto.
La sua ultima creatura Angie ( Kierston Wareing ),  protagonista di “In questo mondo libero…”, è una donna che intende combattere in un mondo di uomini e ne assimila con il tempo le sfumature più negative.  
A seguito del suo rifiuto nel sottostare a episodi di molestie sessuali da parte dei suoi superiori, viene licenziata dalla sua azienda, un’agenzia di Londra che operava nel reclutamento di mano d’opera all’estero, specie nell’est d’Europa. Furente di rabbia per l’ingiustizia subita e consapevole della sua abilità professionale, convince la riluttante Rose sua amica, ad aprire una loro agenzia di lavoro interinale nei sobborghi della capitale.
Nell’arco di poche settimane l’intraprendenza, la fame di rivincita e la scaltrezza di Angie, consentono di avvicinare e reclutare un numero sempre maggiore di uomini disperati e bisognosi di lavorare. La donna assume il controllo delle operazioni e contro la volontà della socia accetta di operare nell’illegalità stringendo rapporti con altre organizzazioni che senza scrupoli operano nel settore dello sfruttamento della mano d’opera.
I lavoratori che si trova a gestire quotidianamente sono tutti stranieri di cui tanti clandestini senza un permesso di soggiorno o altro documento valido. Una moltitudine umana nella  disperazione più profonda,  affamata, con al seguito famiglie a cui provvedere, spesso privi di  una dimora stabile.
Angie è insensibile alle tragedie che si mostrano vivide a suoi occhi, diventa sempre più avida, senza scrupoli e mostra una crescente sindrome di onnipotenza che la porta a sprofondare sempre di più nel circuito dell’illegalità. La sua è un’attività che cercherà inutilmente di  nascondere alla sua famiglia perché nell’intimo inconfessabile prova vergogna e che assorbirà tutto il suo tempo, trascurando i rapporti con il figlio undicenne. Il contrasto con i propri genitori, lontani dal concepire un simile stile di vita e di accettare la figlia come una moderna mercante di schiavi, diventa aperto e insanabile.  Incapace di porsi dei limiti e disposta a tutto pur di raggiungere il massimo profitto, si trasforma in una sfruttatrice in piena regola, ma il meccanismo così più grande di lei, che ingenuamente si era illusa di poter controllare, finirà per travolgerla: è sufficiente che un solo ingranaggio si spezzi e l’intera struttura crolla come un castello di carte, travolgendo i meno navigati come Angie.
L’interpretazione di Kierston Wareing è convincente e in linea con la filosofia di Loach di investire del ruolo di protagonisti attori e attrici non affermate al grande pubblico.
Il mondo in cui si muove Angie è talmente libero da divenire privo di regole, di valori, di umanità. La libertà d’azione individuale viene confusa con la libertà di prevaricare i diritti umani altrui. Il libero mercato imprenditoriale fa da sfondo all’utilizzo degli esseri umani come merce. Tutto è vincolato al profitto, al bilancio, in un clima di competizione assoluta.
Il desiderio di riscatto della giovane donna è forte e sincero, animato da un bisogno legittimo di affermare il proprio spazio.
E’ malsano e distorto l’habitat in cui questo avviene, una realtà che induce figure come Angie a ritenere normale la tratta degli uomini e della loro disperazione come comune mercanzia, come una oramai consueta pratica professionale, il tutto in maniera quasi inconsapevole. In un frangente di alta tensione la sentiamo urlare alla socia: “ Siamo in un mondo libero e ognuno fa quello gli pare”
Il centro dell’obbiettivo che Loach intende colpire è proprio questo: l’assoluta disinvoltura con cui le legislazioni di molti paesi hanno legalizzato questo mercato e il background culturale che negli ultimi anni ha cresciuto schiere di manager a vari livelli capaci di costruire le proprie fortune su di esso e di spacciarlo come una evoluzione naturale del mercato del lavoro, come un regalo del progresso economico.
Cambiano le definizioni, muta il vocabolario, i lavoratori sono somministrati o in affitto, le agenzie sono interinali, ma tutto questo non riesce a mascherare il nauseabondo puzzo di schiavitù moderne, di esseri umani prima, e lavoratori poi,  privati della loro dignità e della libertà di scegliere.
Il tempo avanza inesorabile ma le miserie umane si susseguono, si cambiano il vestito ma rimangono immutate nella sostanza.
Ad emblema di ciò la frase che il babbo di Angie pronuncia indignato nell’istante in cui scopre realmente in cosa consiste il lavoro della figlia: “ Stiamo tornando ai vecchi tempi?”.
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