giovedì 18 luglio 2019   
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La vita di Harvey Milk, una voce per la speranza ed il cambiamento


MILK - voto: 7++

 


 
 

 

 

Un regista indipendente attento ai giovani e ai diversi

Firma tra le più importanti del cinema indipendente americano, Gus Van Sant scrive la regia di “Milk”, nel quale si narra l’ascesa politica e la morte di Harvey Milk, il primo omosessuale dichiarato, eletto a carica pubblica negli Stati Uniti. Da sempre attento alla denuncia di temi quali il disagio giovanile e la discriminazione sessuale, raccontando le sfaccettate forme della diversità umana, il regista di Louisville (Kentucky) ha privato costantemente i suoi lavori di ogni moralismo e banalità. La carriera di Van Sant, anch’egli dichiaratamente gay, si apre al grande pubblico con lavori come “Drugstore cowboy” (1989), e “Belli e dannati” (1991): giovani allo sbando alla ricerca della propria identità, lottano nel degrado di una società impietosa e violenta. Il successo giunge nel 1997 quando dirige “Will Hunting, genio ribelle”. Un giovane talento della matematica dal carattere difficile (Matt Demon), cerca la sua strada tra inconscia passione per le formule, amore e retaggio di una infanzia difficile. A guidarlo il “suo professore” Robin Williams, che vincerà l’oscar da non protagonista per la sua prova. Le attenzioni per i diversi e per coloro che si sentono fuori dal coro si rincontrano in “Scoprendo Forrester” (2000), ispirato alla vicenda dello scrittore J.D. Salinger (Sean Connery) e della sua amicizia con uno studente di colore del Bronx (l’esordiente Rob Brown), entrambi uniti dalla passione per la letteratura. Nel 2003 è il turno del durissimo “Elephant” (Palma d’Oro a Cannes), ispirato al massacro nel liceo americano di Colombine. A seguire troviamo “Last Days”, dedicato alla tragica parabola del leader dei Nirvana Kurt Cobain, ritrovato morto a Seattle il 5 aprile del 1994. Il trittico giovanile si chiude con “Paranoid park” del 2007, dove l’adolescenza si scontra ancora violentemente con la morte, in forma assurda e apparentemente involontaria.
Con l’ultimo “Milk”, che Gus Van Sant ha definito come il suo film più politico, si rilancia il bisogno ora come mai di gettare il cuore e l’intelligenza dell’uomo oltre ogni barriera di natura sessuale, religiosa e morale.
 
 


Nasce a 40 anni una vita spesa nel nome della speranza e del cambiamento

Siamo agli albori degli anni ’70 e Harvey Milk (Sean Penn) è un omosessuale laureato in matematica che lavora per una società finanziaria. Allo scoccare dei quarant’anni, Harvey incontra e s’innamora di Scott (James Franco). Insieme si trasferiscono a San Francisco per intraprendere un viaggio alla ricerca di una vita diversa, lontana dai rigidi canoni dettati dal moralismo della società americana. Si stabiliscono nel quartiere di Castro, per aprire un negozio di fotografia, non senza suscitare avversione da parte di molti altri concittadini. La San Francisco di quegli anni, ed il quartiere di Castro in particolare, subiranno una vero flusso migratorio da parte dei tanti giovani che in america sognavano una società diversa in cui vivere. Il “Castro Camera” si trasforma presto in un luogo d’aggregazione per la folta comunità gay della città. Il desiderio di una vera emancipazione e di un’esistenza alla luce del sole per gli omosessuali, si scontra con la violenza che su di loro la polizia esercita in modo spesso indiscriminato. Un atteggiamento che invece di scoraggiare, genera nella comunità gay quella consapevolezza per comprendere che è giunto il momento di uscire dall’ombra. Harvey si scopre come la persona in grado di guidare la protesta che monta inesorabile, ma presto afferra come il bisogno di speranza e cambiamento, travalichi i confini della omosessualità. Il movimento per la conquista dei diritti per gli omosessuali prende vita, ed attorno al suo leader si aggiungeranno tanti giovani anche eterosessuali, che lo sosterranno nella sua lotta politica e sociale. Al terzo tentativo, Harvey Milk sarà eletto nel 1977 come consigliere comunale della città di San Francisco, guidata dal sindaco democratico Moscone (Victor Garber). Il primo gay dichiarato a rivestire una carica pubblica negli Stati Uniti d’America, proseguirà senza sosta la sua battaglia politica, opponendosi con forza alla “Proposition 6”, che voleva bandire gli omosessuali dalla scuola pubblica californiana. Contro ogni pronostico la grande abilità oratoria, il coraggio, e la forze delle sue idee, riusciranno nell’impresa di sconfiggere la crociata moralista della “fondamentalista” cattolica Anita Bryant.
Milk era da tempo minacciato di morte da sconosciuti e mitomani, ma continuò con timore ma senza esitazioni il suo cammino. Il 27 novembre del 1978 però, la follia di un uomo al di sopra di ogni sospetto, ma su cui graverà il dubbio di implicazioni più alte, porrà fine alla sua vita.
Saranno oltre 30 mila coloro che sfilarono al suo funerale. Il movimento da lui creato proseguì nel suo nome la lotta in difesa dei diritti dei gay e di ogni uomo libero.
 

 

 

Un buon film biografico, illuminato da una interpretazione immensa

Il film biografico di Gus Van Sant segue una ricostruzione attenta e meticolosa della scalata politica di Milk, della sua battaglia in difesa dei diritti dei gay come motore per la libertà di ognuno. Si introduce nella variopinta, sfavillante, vitale, ma anche fragile e vulnerabile comunità gay del quartiere Castro, riportando a noi atmosfere, colori e turbolenti amori di un frammento storico e memorabile della società statunitense. Un lavoro che si è avvalso in qualità di consulenti, di alcuni degli stessi collaboratori di Milk in quei giorni, tutti commossi ed emozionati nel rivivere sul set l’indimenticabile clima di quella storica avventura. La struttura narrativa si concentra sulla descrizione di fatti ed esistenze, miscelando alle sequenze filmati di repertorio. Van Sant rifiuta di celare sin da subito la tragica fine di Milk, quasi a sottolineare l’inevitabilità della sua morte. Una ulteriore via per rimarcare la osteggiata condizione umana della comunità gay. La regia è ottima ma forse troppo asciutta e didascalica. Accade che si assiste affascinati dalla storia, dalla ricostruzione, dalla appassionante vicenda umana, ma solo a tratti lo spettatore viene strappato dalla poltrona. Manca quel non so che per rendere un buon film, eccezionale.
L’interpretazione di Sean Penn è invece senza dubbi straordinaria, degnamente omaggiata della candidatura all’oscar. La maturità e la consapevolezza acquisita negli anni, lo consegnano tra i grandi attori di sempre. L’artista californiano ha compiuto un profondo lavoro interiore, scavando nell’intimo per lasciar riaffiorare la porzione femminile presente, anche se a volte molto nascosta in ognuno di noi, e canalizzarla nel plasmare il personaggio. Sguardo, mimica facciale, utilizzo del corpo e della gestualità, divengono componenti dosate ad arte da un talento assoluto. Se per un attimo ritorniamo a quel ruolo di padre delinquente che gli valse l’oscar nel “Mystic River” di Clint Eastwood, o al condannato a morte di “Dead man walking”, immaginiamo come il riportare in vita Harvey Milk, abbia rappresentato per Penn una sfida con se stesso, un probante esame artistico superato con il massimo dei voti. Van Sant ha dichiarato di come non abbia mai suggerito nulla all’attore per l’intera durata delle riprese. Sean è riuscito a regalare una prova memorabile agendo tutto da solo.                                          
E’ inevitabile come una simile interpretazione, finisca per offuscare le restanti del cast, ma va sottolineato quanto pur con peso diverso, si possano estendere valutazioni simili anche agli altri attori. Tra tutti segnaliamo un irriconoscibile Emile Hirsch ( protagonista di “Into the wild” con la regia dello stesso Penn), nei panni di Cleve Jones, uno dei più fidati collaboratori di Milk. Lo stesso si può dire per James Franco (l’amore della vita Scott) e Alison Pill (Anne Kronenberg), una attivista che proseguirà negli anni il suo impegno nel movimento gay. Il personaggio più controverso e complesso rimane quello vestito da Josh Brolin, appena uscito dalla splendida e riuscita caricatura di Bush Junior in “W” di Oliver Stone. Dan Withe riveste la parte più oscura dell’intera storia. Le sue gesta furono frutto di follia, astio mosso da frustrante invidia o strumento di poteri occulti?
 
 


Un eroe, non un santo

Gus Van Sant riesce finalmente a realizzare un progetto in serbo da 10 anni. Divergenze di natura artistica con l’allora produttore Oliver Stone, non consentirono di realizzare il film che prevedeva Tom Cruise nei panni di Dan White, ma che da sempre consegnava all’amico Sean Penn, il ruolo da protagonista.
Fonte d’ispirazione per regia e sceneggiatura, è stato il documentario sulla vita di Harvey Milk realizzato da Rob Epstein “The time of Harvey Milk”, che nel 1984 vinse l’oscar di categoria. La figura di Milk è ancora oggi praticamente sconosciuta in Italia, ma al riguardo deve suscitare una profonda riflessione sapere, che persino negli stessi Stati Uniti sono molto pochi coloro che la conoscono. Lo stesso attore del cast James Franco, ha dichiarato che pur essendo nato e cresciuto a Palo Alto, una località ad una sola ora di auto da San Francisco, quasi nulla sapeva della sua storia: “Una imperdonabile e colpevole lacuna, colmata per tutti noi grazie a Gus Van Sant”, ha rivelato l’interprete di Scott, ed anche questo ha contribuito a desiderare con tutte le sue forze la conquista di un ruolo nella pellicola.
Harvey Milk ha rappresentato una tappa fondamentale nella storia del movimento gay. Egli affrontò a viso aperto la propria omosessualità. Trascinatore nei comizi, arguto e pungente nei dibattiti televisivi, Milk si propose con intelligenza e trasparenza, diffondendo un potente messaggio che scosse l’intero paese. Contro di lui si scagliò l’America più conservatrice e cattolica, che cavalcando valori intrisi di religiosità a difesa dell’unicità del modello sociale della famiglia tradizionale, fece sfoggio di una ridondante e bigotta ipocrisia. Il movimento gay rappresentava una entità sociale che finalmente usciva allo scoperto, una condizione antica come l’uomo ma da sempre relegata nell’ombra, bandita e demonizzata, dipinta come una malattia di cui provare vergogna.  Come tutte le voci che propongono una diversa e nuova prospettiva della vita, seminò sconcerto e timore, indusse il potere forte a combatterlo, ma il leader gay spinse i propri oppositori a cadere nella contraddizione insita nei loro stessi principi, che ipocritamente parlavano di uomini tutti uguali e liberi dinanzi al “Signore”.
Aspetto ancora più importante, Milk divenne un esempio per i tanti che grazie a lui accettarono di uscire dall’ombra in cui avevano vissuto sino ad allora la loro condizione umana. Dichiararsi gay nell’America degli anni ’70, equivaleva spesso a rinunciare a qualsiasi sostegno da parte di famiglia e amici, a rimanere isolato negli studi, con marginali opportunità di lavoro. La polizia non lesinò maltrattamenti e arresti a chi solo rivendicava i diritti umani basilari, e furono molti gli episodi in cui gli omosessuali divennero oggetto di criminali violenze da parte di altri comuni cittadini. Nonostante questo, Milk riuscì a donare a molti quella consapevolezza in grado di forgiare una aspirazione collettiva di dignità e rispetto.
Molta la strada che i movimenti per i diritti civili gay hanno da allora percorso, ma la recente approvazione proprio in California della “Proposition 8”, che proibisce il matrimonio tra omosessuali, rivela come ancora tanta ve ne sia da percorrere.
Harvey Milk assume di diritto ad una figura di eroe, ma come ha sottolineato lo stesso Van Sant, non sicuramente a quella di un santo. Nella sua vita gli amanti, la droga ed il sesso, ebbero una presenza ben più marcata di quanto il film non sia riuscito per mancanza di tempo, a raccontare. Un passato assai poco trasparente poi, relativo soprattutto al periodo antecedente alla sua carriera politica, contribuì a costruire attorno all’uomo un alone di personaggio controverso.


Non voglio più eroi

Le ombre sui lontani trascorsi di Harvey Milk si dissolsero negli ultimi anni della sua esistenza, quando regalò a migliaia di individui la speranza di un sogno e di un cambiamento. Un film di questo spessore, visto a poche settimane dall’insediamento di Barak Obama, promuove accostamenti e riflessioni spontanee. Ad oltre 30 anni di distanza, l’America intera si è riscoperta ad implorare che identiche aspettative si traducano in realtà. Dall’Africa all’Asia, sino al cuore della vecchia Europa, sono milioni coloro che nel neo presidente statunitense, investono il loro bisogno di speranza per un mondo diverso, più giusto, più attento, dove l’intelligenza dell’uomo e la scienza vengano spese al servizio di un progresso sostenibile, meno succube del potere e della violenza. Una tangibile testimonianza dei fallimentari disegni di chi ha inteso governarlo in epoca recente. Una pretesa eccessiva da gravare sulle spalle di un uomo solo, ma anche l’espressione più fulgida di quale cambiamento può innescare la consapevolezza comune. Non mi è accaduto molto spesso negli ultimi anni ma oggi, nonostante il dramma che il popolo americano sta vivendo a causa della crisi economica, e delle cicatrici di tanti anni di guerre e ingiustizie sociali, invidio sinceramente la sua speranza quale autentica conquista da parte della gente. Trattasi di un sogno fragile, in quanto legato ad unico uomo e pagato ad un prezzo altissimo, ma la figura di Obama è di uno spessore ingombrante al cospetto della avvilente e arrogante mediocrità vestita a festa, proposta dall’orizzonte politico di casa nostra. Non so fino a che punto gli uomini alla guida di una nazione, rispecchino i valori espressi e insiti nel popolo, ma per quanto sto assistendo nel “nostro” di paese, provo intensamente dolore, smarrimento, frustrazione, rabbia, fino a ritrovarmi quasi privo della stessa speranza. Vorrei fossero stati d’animo costituiti di attimi, ma non è così, anche se…
Scorrono i decenni, si avvicendano gli uomini di potere, ma nel cuore della gente comune, per fortuna il motore della speranza sopravvive, quale forza trainante verso il futuro. Speranza quale insostituibile ingrediente della vita. Speranza tanto spesso inascoltata, calpestata, violentata, ridotta ad un flebile filo di voce, ma così ostinata e tenace, da non piegarsi al cospetto di una storia che l’ha resa orfana di tanti suoi padri, uomini nel pieno di una vita spesa a lottare per un ideale che la violenza ha commutato in eroi da ricordare.
So che più che una speranza è una utopia, e come tale fatua e inconsistente… io non voglio più eroi… ma solo uomini in cui sperare.


 

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