domenica 21 luglio 2019   
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Visti per Voi » Nella Valle di Elah  
“Dall’Iraq si torna senz’anima”

Nella Valle di Elah – voto : 8

La Valle di Elah era un luogo dell’antica Palestina che secondo un passo narrato nella Bibbia, fu il teatro dello scontro tra Davide e Golia. Le antiche scritture raccontano di come l’esercito del popolo d’Israele del Re Saul e quello dei Filistei si appostarono sui monti opposti agli estremi della valle. Ogni giorno per quaranta giorni, Golia, il più temuto e grandioso combattente tra i Filistei,  scendeva nella valle a cercare chi lo sfidava, ma nessuno si presentava perché troppo grande era la paura ed il senso d’inferiorità tra gli ebrei. L’ultimo di quei giorni Golia trovò dinanzi a se Davide, un giovane ragazzo figlio di un servitore del Re degli israeliti, pronto a riscattare l’onore della sua gente. Al cospetto del gigante Golia, Davide si presentò senza armi,  impugnando solo una semplice fionda. In palio vi era il destino di un popolo perché il vincitore avrebbe sancito il dominio di un esercito sull’altro.
Sfidando la paura, il poco più che bambino Davide uccise Golia con un solo sasso scagliato con la sua fionda…

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Il titolo dell’ultimo lavoro di Paul Haggis prende spunto da questo brano dell’antico testamento. Il regista di “ Crash, contatto fisico “, vincitore nel 2005 degli oscar per miglior film e sceneggiatura originale, scatta un’altra dolorosa fotografia dell’america contemporanea. Se nel film precedente, che segnava il suo debutto alla regia, l’obbiettivo era il pregiudizio dilagante che lacera la società multirazziale statunitense, la sua opera seconda punta il dito sulle terribili conseguenze che il conflitto in Iraq lascia sulla pelle del popolo americano.
In una piccola città del Tennesse, un giorno giunge una telefonata a casa di Hank Deerfield ( Tommy Lee Jones ) e sua moglie Joan ( Susan Sarandon ). Dalla base militare di appartenenza nel New Mexico, viene segnalata la scomparsa del loro figlio Mike al rientro dal fronte iracheno. L’inquietudine si trasforma in poche ore in angoscia e Hank decide di partire per il New Mexico, dove avvia una problematica ricerca della verità. L’uomo ha alle spalle una vita spesa nell’esercito, nobilitata dal titolo di reduce del Vietnam. E’ un patriota dotato di una devozione che rasenta il maniacale e mostra il grande attaccamento al proprio paese anche nei piccoli gesti del quotidiano. Il suo carattere forte e risoluto subisce però un colpo durissimo quando il figlio Mike verrà ritrovato morto di una fine orribile.
Il terribile rinvenimento sarà solo il primo passo di un lungo cammino di dolore che il padre e patriota Deerfield dovrà compiere man mano che emergerà la verità sull’accaduto. Hank andrà verso la scoperta di una realtà inimmaginabile, dove la tragedia della morte di un figlio, viene quasi sommersa dal contesto in cui matura.
Ad indagare sull’omicidio sarà Emily Sanders ( Charlize Theron ), sensibile e brava detective alle prese prima con le barriere discriminanti erette dai colleghi maschi, poi con l’ostruzione del pianeta esercito, deciso a lavare in famiglia i panni sporcati al suo interno.
Un film bellissimo, una storia di dolore sordo, lancinante, penetrante. Un’immagine dell’America che convive con le devastanti conseguenze di una guerra assurda perché indotta e giustificata da una rassegna di strumentali menzogne e inutile, perché combattuta in modo sbagliato, se mai si può concepirne uno corretto, senza il rispetto per la cultura di quella popolazione che si intendeva soccorrere. Un intervento militare criminale, per la leggerezza con cui si considerano come danni collaterali fisiologici, il massacro ripetuto di civili, di donne e bambini inermi.
 Un conflitto che sta annientando una generazione di ragazzi nel fisico, nella mente e nell’anima e solo ora l’opinione pubblica comincia ad aprire gli occhi al riguardo.  Può non essere casuale che questo accada quando oramai si profila all’orizzonte una sconfitta elettorale per il fronte repubblicano alle prossime presidenziali. L’entourage di Bush sarà anche destinato a pagare un prezzo politicamente salato, ma nulla al confronto del costo addebitato ai ragazzi spediti in Iraq.
Gli orrori quotidiani di cui questi soldati sono protagonisti e vittime, procurano lacerazioni che li minerà per il resto della loro vita. Mesi e mesi in una realtà fatta di trappole mortali invisibili, di convivenza con il pericolo della morte ad ogni angolo di strada, dietro ad ogni volto, uomo, donna o bambino che sia, generano uno stress che accumulandosi trasforma questi fragili ragazzi in esseri primitivi. Scompare la ragione e nel nome della sopravvivenza l’istinto induce a commettere bestialità inumane.
Anche una volta tornati in patria, queste menti devastate non possono cancellare i tanti orrori, e non sono isolati gli episodi di violenza che li vedono protagonisti ai danni di familiari e conoscenti, per non citare i numerosi casi di suicidio. Il sostegno che ricevono da parte di quel esercito che tanto amorevolmente li ha voluti con se, si limita ad un impacciato supporto psicologico, sexy pub dove sfogare le ormonali frustrazioni e la chiusura di entrambi gli occhi dinanzi al dilagare dell’uso e commercio di ogni tipo di droghe.
Haggis si è ispirato ad una vicenda realmente accaduta: la foto al centro del racconto era una delle tante immagini che sono state diffuse sul web dai soldati, a volte l’unica via a loro disposizione per scavalcare il silenzio mediatico imposto dal governo su quanto accade laggiù.
Anche la realizzazione di questo progetto avviata nel 2003, ha dovuto superare le notevoli ostruzioni delle influenze governative. Determinante l’intervento dell’amico  “repubblicano” Clint Eastwood presso la Warner Bros , per consentire al democratico e antimilitarista Haggis di condurre in porto l’intero lavoro.
L’unica critica che si può muovere al regista, riguarda il legame con il titolo. Se come viene narrato in una sequenza del film “ La Valle di Elah” è sinonimo di quel luogo dove occorre scendere per guardare negli occhi le proprie paure e sconfiggerle per andare avanti, diverse sono le possibili “valli” che emergono dal racconto. Ve ne è una per Hank, che sarà obbligato a scendere da quel piedistallo di certezze patriottiche sulle quali a fondato la vita, e affrontare i sensi di colpa per non aver saputo leggere dietro al grido d’aiuto lanciato dalla propria famiglia sacrificata nel nome della nazione. Ve ne è un’altra per l’America tutta, che deve scrollarsi dall’apatia e dalla cecità che l’ha colpita nel momento in cui ha consegnato il suo destino nelle mani di uomini come Bush, ma non solo. Occorre scendere giù da quel altare di nazione auto elettasi nel ruolo di governatrice del pianeta su cui si era saliti dopo la seconda guerra mondiale, e guardare negli occhi i mostri partoriti lungo il cammino di una epoca fondata sul potere militare quale strumento primario di politica estera.
L’interpretazione che il regista di origine canadese ha dato, come rilasciato in un ‘intervista pubblicata sul settimanale della “Repubblica” “Il Venerdì”, è relativa al crimine commesso dal Governo Americano nel mandare dei ragazzi a combattere contro un mostruoso gigante, metafora dell’inferno iracheno. Questi tanti Davide, non solo non hanno speranza di abbattere il loro Golia, anche perché sprovvisti di quella consapevolezza che il personaggio biblico possedeva, ma indotti dalle circostanze finiscono per allargare la spirale dell’orrore e della violenza. La dedica conclusiva “A tutti i bambini”, è l’omaggio alle tante vittime innocenti rimaste sul terreno della loro “Valle”.
Il cast che Paul Haggis ha voluto con se, è una rassegna di attori straordinari, tutti con premi oscar nella vetrina di casa: Tommy Lee Jones come attore non protagonista nel 1993 per “ Il fuggitivo”, Charlize Theron e Susan Sarandon quali attrici protagoniste rispettivamente di “Monster” ( 2003 ) e “Dead Man Walking” ( 1995 ). Tre artisti in grado di fornire prove perfette.
Lee Jones è meraviglioso, il suo dolore impregnato di fiera dignità traspare da un viso pietrificato, la metamorfosi che lo stravolge nell’anima è svelata dallo sguardo acquoso dei suoi occhi di uomo anziano, costretto nell’ultima stagione della vita a fare i conti con i tanti suoi errori.
La sua interpretazione è forse la più importante di una già splendida carriera.
La Theron è oramai una realtà consolidata del cinema mondiale. La sua stupefacente bellezza addolcisce e illumina i contorni di un talento assoluto: un’avvenenza tra l’altro, a cui l’attrice ha spesso rinunciato nei ruoli più importanti. L’agente Sanders racchiude la rabbia, l’indignazione, il dolore di un intero paese dinanzi ai frutti di una politica tanto cieca e sconsiderata. In lei s’intravede il coraggio sospinto dall’onesta dei sentimenti, la forza dettata dal bisogno di giustizia della gente semplice, che è stanca di soprusi e omertà, che queste provengano dal maschilismo dei colleghi o dall’abuso di potere dei militari.
Susan Sarandon è il dolore delle madri. La sequenza che contiene il suo sguardo alla vista del cadavere del figlio, costituisce una delle scene simbolo e più toccanti dell’intera pellicola. E’ l’orrore che raggiunge le fondamenta della nostra società, la famiglia, annichilendola. E’ l’emblema della morte che ha il sopravvento sulla vita, è il tracollo di un sistema che impone alle madri la vista dei corpi martoriati dei propri figli.
Un ruolo che la Sarandon ha accettato anche se la sua presenza in scena è per quantità limitata. Una dimostrazione dello spessore della donna e della attrice che ha compreso l’importanza ed il peso della sua figura nella trama.
L’immagine della bandiera americana rovesciata, con le stelle verso il basso, simbolo in codice militare di un paese alla rovina che chiede soccorso e aiuto, diventano l’atto di accusa conclusivo del regista. Il paese è moralmente allo sfascio, incapace di aver cura dei suoi figli, alla mercè di una classe politica priva di carisma, corrotta e bugiarda, che esercita la sua forza manipolatrice attraverso il ridondante ripetersi di slogan falsi e ipocriti, trasmessi da tutti i media ad ogni ora del giorno.
Un quadro che stride incredibilmente con il significato attribuito alla stessa bandiera nel 1945, nel corso di un altro grande film di Clint Eastwood a cui Haggis aveva collaborato, “ The flags of our fathers”. In quella circostanza l’innalzamento a Iwo Jima dell’effige a stelle e strisce, rappresentava la reazione del coraggio e orgoglio di una nazione, la sua rabbiosa voglia di riscatto, la testimonianza di un popolo disposto a morire per una causa che riteneva sinceramente giusta .
Sono passati sì 60 anni, ma quel significato sembra oggi lontano oltre 6 secoli…
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