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Visti per Voi » Nymphomaniac  
NYMPHOMANIAC
di Enrico Gatti


Regia: Lars Von Trier
Danimarca, Germania, Francia, Belgio, 2013


Nymphomaniac, l’ultima grande provocazione di Lars Von Trier. Quattro ore di film, suddivise in due episodi, tutte incentrate sul racconto-confessione della ninfomane Joe. Gli elementi di continuità con Antichrist (2009) e Melancholia (2011) sono tanti, a partire dagli attori, con in testa la sempre magnetica Charlotte Gainsbourg, continuando per l’estetica sublime, la divisione della storia in capitoli e la musica classica, eccezion fatta per la canzone dei Rammstein che arriva violentemente proprio all’inizio del film. Ma esistono anche evidenti punti di rottura. Il più forte è sicuramente la scelta, assolutamente antimoderna, del raccontare attraverso un racconto. E così la storia, ricostruita attraverso una lunga sequela di digressioni, si perde in un profluvio di verbosità, talvolta funzionali, altrimenti vacue. L’ingrediente segreto è sicuramente l’ironia, capace di provocare e ridere di quel lirismo volutamente creato dalle digressioni e dai colti riferimenti sparsi qua e là nel testo. L’alto e il basso, il poetico e il grottesco, tutti elementi coesistenti nel caos della vita, tutti elementi fra i quali non è possibile scegliere. L’unica strada percorribile diventa, ancora una volta, la più completa accettazione dell’inevitabilità.
Anche Joe, la protagonista, sembra accorgersene. La travagliata vita della donna non è altro che l’estremizzazione, simbolica, più o meno, dell’eterna lotta fra i demoni, se così si possono chiamare, che animano la vita stessa di ogni uomo: il senso di colpa, l’accettazione, la solitudine, la felicità, l’identità e la comprensione. Sono questi i grandi temi esistenziali di cui Trier vuole parlare e lo fa attraverso archetipi tanto familiari da diventare quasi degli stereotipi; archetipi che, come nei suoi film precedenti, smuovono le radici più profonde dell’inconscio umano e trovano la loro rappresentazione in una parabola, tragica ed ironica come la vita, approdante ad una inusuale conclusione, almeno per il regista. Se infatti Joe sembra incapace di vivere una vita felice, senza mai riuscire a combattere fino in fondo la solitudine e l’incomprensione della quale si sente vittima, riuscirà tassello dopo tassello, esperienza dopo esperienza, a scoprire la verità su se stessa lanciando al mondo un grido di disperata autodeterminazione, di inviolabile identità.
Perché in fondo, Nymphomaniac, non è altro che questo: una bellissima ode all’umanità. Nessun Dio, nessun peccato, nessun castigo, soltanto l’uomo, solo con le proprie forze, abbandonato potremmo pensare, ma infinitamente libero. Ed è una cosa bellissima, immensa. Il cinico e provocatorio Lars Von Trier, temuto dai red carpet di tutto il mondo, ha per l'occasione confezionato un film buono, umanamente buono, arrivando a dirci quello che in fondo ha sempre voluto di dirci. L’uomo si esaurisce nell’uomo e nell’uomo risiede la forza per poter vivere giustamente, non necessariamente felici, ma giusti, giusti nel non giudicare, mai, giusti nel capire le persone, nel non fermarsi all’apparenza, giusti nello sconfiggere la stupidità dell’assoluto, giusti nel provare a cercarsi e nel permettere agli altri di trovare se stessi.
E quando un film, un’opera d’arte, prova a dire queste cose in modo tanto profondo, forse non è nemmeno importante cercare di giudicarne la forma, perché ha già raggiunto il suo scopo.




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