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Visti per Voi » Prisoners  
PRISONERS
di Enrico Gatti


Regia: Denis Villeneuve
USA, 2013
Voto: 7 ½


Il 2013 è l’anno del ritorno per il regista canadese Denis Villeneuve. Dopo La donna che canta, nominato agli oscar nel 2010, Villeneuve torna con una grande produzione che spicca in primis per l’incredibile cast di interpreti. Hugh Jackman, Jake Gyllenhaal, Viola Davis, Maria Bello, Terrence Howard, Melissa Leo e ultimo, ma non ultimo, Paul Dano, bravissimo giovane attore. Tutte presenze estremamente importanti, capaci di sopportare il carico di un film estremamente pesante.
In un epoca di ironia totalizzante e metanarrazione, Villeneuve sceglie ancora una volta di portare sullo schermo una storia cupa, classicamente narrata, fatta di angosce, ricca di violenza e sofferenza, psicologiche soprattutto, ma anche fisiche. L’ostentazione di questi elementi diventa l’inchiostro col quale disegnare le diverse personalità dei personaggi, e la lentezza della narrazione, il modo di contemplarle. Il risultato è un film deciso a seppellire l’incredulità dello spettatore per nutrirsi delle sue illusioni, un film che in questo ricorda molto il cinema di Fincher, da Zodiac a Millennium. E’ anche un film ambizioso, votato al grande intrattenimento, ma allo stesso tempo interessato a scavare nella decadenza delle società contemporanee, volendo diventarne grande metafora.
Ma è proprio questo punto a lasciare veramente perplessi. Sarebbe logico, forse scontato, supporre che l’intento del film fosse quello di mostrare la cecità dell’essere umano quando viene esposto ad emozioni estreme, paura su tutte; di mostrare la crudeltà della giustizia ‘fai da te’, e di mostrare come dietro alla fede si possa nascondere una forza che talvolta può rivelarsi estremamente pericolosa. Sembrerebbe plausibile, ma quello che il film ci mostra è esattamente il contrario. La giustizia privata, messa in atto da soggetti terrorizzati e paranoici, estremamente violenta, anche nei confronti di persone innocenti, finisce per essere, nel film, essenziale alla riuscita della missione di salvataggio delle bambine. La storia risulta essere un’unica concatenazione di eventi, inspiegabili singolarmente, e necessari gli uni agli altri. Ecco quindi che la paranoia del protagonista, le torture al ragazzo innocente diventano, seppur nella loro dimensione di azioni deprecabili, essenziali alla salvezza delle giovani vittime. Come se qualcuno chiedesse: “Fino a che punto sei disposto ad arrivare?” Aggiungendo poi : “Sappi però che quello che farai, per quanto terribile, servirà al tuo scopo. A salvare le persone che ami”. Persino la fede, non necessariamente nel senso religioso del termine, viene mostrata come responsabile della follia e, allo stesso tempo, come l’unica cosa in grado di tenere viva la speranza; anche quando, in nome di questa stessa fede, cieca, incrollabile, ma infine ripagante, si arrivano a compiere gesti terribili. Alla luce di questo, cosa diventa ammissibile o giustificabile? Cosa no?
Tanta ambiguità quindi, che forse conduce a qualche riflessione, in un film ben architettato, che non cerca scorciatoie per raggiungere il pubblico, anzi, lo affronta frontalmente colpendolo con immagini severe, rivelatrici di qualcosa che non vorremmo vedere, ma che non riusciamo a scansare, nemmeno chiudendo gli occhi. 




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