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RUSH
di Andrea Pradella


Regia: Ron Howard
USA, Gran Bretagna, Germania, 2013
Voto:  6 ½


1976. Campionato del mondo di formula 1. Tappa del gran premio del Nürburgring , quando ancora un giro di pista misurava poco meno di 23km, se ne compivano in tutto quattordici e l’appellativo di “Green Hell” (inferno verde) scuoteva ancora l’animo dei piloti. Sono gli anni in cui le norme di sicurezza si usavano solo negli ospedali, l’elettronica confinata all’esplorazione spaziale e i “pionieri” (forse più che piloti) giocavano regolarmente a scacchi con la morte.
E’ il giorno della svolta epocale di una delle più grandi rivalità consumate nella storia della formula uno.
Niky Lauda, su Ferrari in seconda posizione dello schieramento, costretto ad inseguire l’inglese James Hunt su Mclaren. Sono le battute finali di un campionato che vede l’austriaco in testa alla corsa per il titolo già conquistato nella passata edizione e la bramosa sete di rivalsa dell’eterno rivale. L’ inseguimento subirà un violento “stop” nel corso del terzo giro, a causa del tragico (famoso) incidente che consacrerà il “01/08/1976” tra le pagine di storia della formula uno.
Il richiamo al documentarismo è una dolce tentazione, non sufficiente però a scalfire il regista capace di mantenere con disinvoltura la ripresa saldamente orientata al romanzo piuttosto della crono-storia.
Appare infatti ben marcato il salto che rivela l’antagonismo dei piloti non solo alla “soglia dei 300km/h”, bensì nella vita spesa “ai box”. La pellicola tocca le corde della psicologia dei protagonisti che li pone in continuo scontro nell’idea che essi stessi giungono a rappresentare. Alla totale sregolatezza e folle improvvisazione di Hunt si contrappone la metodica e rigorosa “messa a punto” di Lauda. Il talento puro e incontrollato, in sfida al razionale calcolo del più invisibile dei dettagli.
L’elemento di congiunzione tra due mondi tanto distanti tra loro nelle gare (e nella vita) è la passione “cavalleresca” della corsa alla vittoria, anche quando tutto sembra minare l’istinto di autoconservazione, il dolore si mischia al rumore di fondo e l’adrenalina il nettare cui attingere per spingersi “oltre”. Un mondo che cela il conflitto dell’uomo che vive nella fragilità della costante misura con il “limite”. Non importa se la paura venga fronteggiata dalla spavalderia estrema o dall’ illusione di calcolare la morte con una percentuale di rischio. Ad ognuno è lasciata la libera scelta di “mettere a punto” la macchina (e se stessi) secondo le proprie convinzioni ed idee.
Non viene dato alcun giudizio morale alla “condotta di gara” ed è questo l’aspetto più convincente del film. I riflettori sono puntati (anche se in maniera scontata) sul rispetto che si instaura nel contesto delle rivalità. La stima trascende l’amicizia. Compagni di vita (e morte).



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