giovedì 18 luglio 2019   
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Visti per Voi » The Burning plain  

Solitudine e senso di colpa, frenano il diritto alla felicità
 
 
 
 

 The Burning Plain – voto: 7/8

 

 

 

Una passione per lo studio dell’animo umano

 The Burning Plain”, letteralmente “La Pianura che brucia”, registra il debutto alla regia di Guillermo Arriaga, sceneggiatore e scrittore nato a Città del Messico il 13 marzo 1958. Nelle vesti di sceneggiatore ed in coppia con Gonzalez Inarritu alla regia, Arriaga ha messo in scena film di spessore e apprezzati dalla critica come “Amores Perros” (2000, nomination all’oscar come film straniero), “21 grammi” (2003 con Sean Penn, Benicio Del Toro e Naomi Watts) e “Babel” (2006, Brad Pitt e Cate Blanchett), nonché l’esordio dietro alla macchina da presa di Tommy Lee Jones in “Le tre sepolture”, che gli valse la palma per la miglior sceneggiatura a Cannes nel 2005.
Affascinato dall’analisi della mente umana, Arriaga fonde nelle sue storie la passione per lo studio della psicologia, con le esperienze accumulate nella dura infanzia vissuta tra i quartieri della capitale messicana: il pestaggio subito a 13 anni di età che gli costò la perdita dell’olfatto, rappresenta uno degli episodi in cui fu vittima e testimone della dilagante violenza quotidiana nei suoi luoghi natali.
Nel parlare ai suoi studenti di psicologia il regista suggerisce: “Non cercate mai di scrivere qualcosa di necessariamente profondo. Se avete qualcosa di particolare dentro, la vostra opera vi assomiglierà”.
Il frutto della sua carriera cinematografica, è appunto una serie di racconti duri e veri come la realtà che tocca milioni di uomini e donne che vivono lontani dalle ribalte e dal successo, un coro di voci che proveniente da ogni angolo di un continente e del mondo, urla di un presente sempre più accomunato dal medesimo filo di grigia e spesso disperata solitudine.

 
 
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Un lungo filo di solitudine

 E la solitudine non a caso, è il filo conduttore che salda le quattro storie portanti raccontate in “The burning plain”. Sylvia (Charlize Theron), gestisce con successo un ben avviato e raffinato ristorante a Portland. Le schiumose onde del mare in burrasca che si infrangono sulle scogliere dell’Oregon, riflettono il tumulto dell’anima di una giovane donna sola, in perenne e continua fuga da se stessa. L’ininterrotto susseguirsi degli uomini a cui si concede, cela un tormento interiore mai estinto, un vivo braciere ardente che cova incessante sotto la cenere di una apparente e controllata normalità.
Gina (Kim Basinger), è una cinquantenne che con la sua famiglia vive in una piccola città sperduta nelle deserte pianure del New Messico. La vita in questo desolato angolo di America, può divenire opprimente se il matrimonio non è più in grado di regalare il calore di cui si ha bisogno. L’incontro con Nick (Joaquim De Almeida), un'altra umana solitudine in fuga da una unione al collasso, costituirà una promessa di amore e speranza, una ventata di vitale ossigeno per la sua asfittica esistenza.
Mariana (Jennifer Lawrence), è una ragazzina che nello stesso New Messico vive con sofferenza la crisi che attraversa il matrimonio dei genitori. A quella giovane età ogni sentimento può trasformarsi in un incendio che divampa improvviso. Amore, odio, rabbia, senso di colpa, tutte scintille di un fuoco in grado di ferire gli altri e se stessa oltre ogni misura, lasciandola sola con il suo dolore. Nell’amore sincero del giovane Santiago (J.D.Pardo), cercherà un rifugio che possa donargli frammenti di pace.
Maria (Tessa La), è una bimba cresciuta senza una madre al fianco, e vive con il padre che di professione è pilota di aerei per la disinfestazione agricola. La bambina accompagna papà nel suo vagare tra le distese del Messico, ovunque il lavoro li obblighi a spostarsi. Un grave incidente in cui il babbo rimane coinvolto, costringe Maria a rimanere sola con le sue paure per la vita del genitore, e le incertezze sul suo futuro. Il viaggio verso un luogo lontano a cui sarà obbligata, consentirà a questo lungo filo di solitudine, di ricongiungersi con le sua genesi.

 
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Una storia bellissima

La struttura narrativa che Arriaga sceglie è simile alla costruzione di un puzzle, dove le caselle vengono scoperte una ad una senza un ordine spazio temporale lineare, opzione che il regista aveva già utilizzato nel bellissimo “21 grammi” di Inarritu. A chi gli chiede il motivo per il quale ami scrivere sceneggiature di questo tipo risponde: “Racconto la vita così com’è, senza darle un ordine che nella realtà non esiste mai”. Il risultato è notevole. La storia è bellissima, toccante, dura, di profondo impatto emotivo, recitata in maniera superba. Quattro vicende parallele, quattro fotografie scattate nell’universo femminile da sempre in duello con i drammi della vita senza confini di spazio e di tempo. Storie di violenza, dolore e solitudine in molte delle sue forme, che affrontano il da sempre conflittuale rapporto tra madri e figlie. Esistenze alle prese con l’insolubile della vita, dove la rabbia, l’incomprensione, le barriere razziali, e il peso che grava sulle spalle delle tante parole mai dette, per paura, per sfiducia, per orgoglio, per il troppo dolore che può accompagnarle, finisce per scavare abissi profondi, lacerando anche quel amore che appare indissolubile come lo sono i legami di sangue. Un viaggio all’interno dei contorti meccanismi indotti dal senso di colpa, che a volte assume la consistenza fisica di una sostanza che ti entra nel sangue, ti satura i polmoni, penetra nei pori della pelle, per trasformarti in una persona che vive nella convinzione di non meritare l’amore altrui, e con esso il diritto alla felicità. In altre ti avvolge isolandoti dal resto dell’universo e della vita, divenendo una spessa grigia cappa che impedisce la vista della luce che attorno a te continua comunque a risplendere, come una barriera di porte da noi chiuse su se stessi.
 Guillermo Arriaga si dichiara da sempre attratto dalla complessità psicologica delle donne, e ha scelto di dedicare a loro il suo primo film da regista: un omaggio a chi si fa carico dall’inizio della storia dell’uomo, del pesante e silente fardello del mondo.
 
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Un volto per ogni stagione della vita

Per riuscire nel suo intento, il regista messicano si affida al volto di quattro attrici, una per ogni stagione della vita: Charlize Theron, Kim Basinger, Jennifer Lawrence e Tessa La.La Theron è di una bravura e bellezza quasi aliena. Sensuale in qualsiasi contesto la si immerga, è in possesso di una consapevolezza artistica che le consentono di affrontare qualsiasi sfida interpretativa. Il personaggio di Sylvia è un groviglio di stati d’animo inestricabile, una personalità complessa che esterna un disgiunto e gelido approccio alla vita. Il suo distacco dagli affetti sinceri è una via per rifugiarsi in una realtà parallela, un luogo dove si auto confina, perché gli risulti più facile sopravvivere all’insostenibile dolore che arriva da lontano. Superlativa.Kim Basinger sembra sfuggire alle regole del tempo, e anche se secondo qualche malalingua, a questo hanno contribuito dosi massicce di chirurgia estetica, non si discute la qualità di una interpretazione che è tra le più intense di tutta la sua carriera. Gina è una donna che pur avendo tutto quanto in apparenza gli serve per essere felice, vittoria sul cancro inclusa, si scopre prigioniera di una solitudine affettiva opprimente, ben più dolorosa della malattia stessa. Nel suo sguardo malinconico e dolcissimo, traspare tutto l’amore di cui ogni donna e senza limiti di età, avrà sempre un disperato bisogno. Bravissima.Jennifer Lawrence è il volto nuovo proposto con forza da questa pellicola. Proveniente dal mondo delle moda, il suo debutto in “The Burning plain”, registra subito il premio Mastroianni quale miglior attrice emergente all’ultimo Festival di Venezia. Viso pulito, sguardo vivo e intenso, la giovane attrice getta sullo schermo una bionda acerba bellezza in grado di regalare a Mariana la consistenza e l’energia necessaria per vestire uno dei personaggi chiave dell’intera storia. L’adolescenza con tutte le sue sfumature estreme, sospingono Mariana a fuggire dal proprio tempo, obbligandola in un attimo a sconfinare sola nel mondo degli adulti. Promettente.
Il volto dell’infanzia è quello di Tessa La. Una interpretazione più simbolica che di reale spessore artistico, ma la bambina trasmette con successo quanto il suo dolore e smarrimento, siano metafora della sofferta solitudine che per causa adulta, ricade in ogni angolo del mondo sull’esistenza delle bambine soprattutto. Bimbi come specchio in cui si riflettono i nostri errori. Infanzia quale motrice di irrinunciabile speranza. Dolcissima.

 

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Una semplice sillaba per la  speranza
 
Una porzione della stampa ha criticato la pellicola di Arriaga perché da regista riutilizza una struttura narrativa già utilizzata: un taglio che avrebbe sovrastato ogni altra sfumatura tecnica del lavoro. Altri gli imputano di aver costruito un film furbo, in grado di suscitare il consenso del grande pubblico attraverso l’inevitabile coinvolgimento emotivo: un modo secondo alcuni, di mascherare errori alla regia in parte perdonabili al cospetto di un esordio.
Pur riscontrando una lentezza nel racconto a tratti eccessiva e una liricità a volte un po’ appesantita, si rimane colpiti a fondo dalle emozioni che il film regala.
Un lavoro che si apre con la forza dell’immagine di una casa che brucia nella prateria desolata, e che si chiude con la leggerezza di una sequenza finale di suggestiva e straordinaria bellezza, che da sola forse vale l’intera pellicola.
Arriaga ci mostra come la vita possa regalare un’altra possibilità, per chiunque, anche per quelle umanità alla deriva incapaci di perdonare se stesse, frenando quel congegno di autodistruzione che a volte ci prende in ostaggio. 
Una nuova opportunità che si pone a noi vestendo il semplice abito di una sillaba.
Accade così che un naturale si, possa aprire un varco in quel muro di sguardi perduti implorando un passato che doveva essere diverso.
Un singolo sussurro di una anima anche solo per un istante finalmente libera dalle ombre, può ridarci la speranza di una felicità possibile.

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