domenica 21 luglio 2019   
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Visti per Voi » The Millionare  

Sul filo di una favola, il sogno di riscatto di un popolo

 

The Millionare – voto : 8++

 

 


 

Mumbay conquista Hollywood

La notte degli Oscar del cinema del 23 febbraio scorso a Los Angeles, giunta alla sua 81° edizione, ha sancito quale film vincitore “The Millionare” di Danny Boyle. Il regista di Manchester che nel 1996 turbò le platee di tutto il mondo raccontando con “Trainspotting”, le imprese quotidiane di una sballata compagnia di adolescenti tossicomani nei sobborghi di Edinburgo, è oggi l’artefice di un bellissimo film che dagli slum di Mumbay (dal 1955 il nuovo nome di Bombay), ha intrapreso una marcia trionfale premio dopo premio sino a conquistare Hollywood. La Academy Awards ha riconosciuto a “The Millionare” la bellezza di 8 statuette, tutte di natura tecnica e realizzativa, quale miglior film, regia, sceneggiatura non originale, fotografia, montaggio, sonoro, colonna sonora e canzone originale. Un successo per alcuni atteso, per altri superiore alle aspettative, ma basta calarsi nella sua visione, per constatare come nessuno dei premi risulti eccessivo.

 


 

Jamal, Salim e Latika

Jamal Malik (Dev Patel), è un giovane concorrente dell’edizione indiana del “Milionario”, format del popolare quiz che la globalizzazione televisiva ripropone identico alla versione conosciuta in Italia, sigla musicale inclusa. Jamal è un ventenne di Mumbay che di mestiere fa il “ragazzo del tè” in un call center, e risposta dopo risposta si ritrova ad un passo dal vincere la cifra più alta, 20 milioni di rupie. La provenienza dai bassifondi induce al sospetto e all’invidia il famoso conduttore del programma Prem Kumar ( Anil Kapoor), anch’egli di origini poverissime, che sentendo la propria immagine offuscata da quella del concorrente, cerca di disfarsene denunciandolo di nascosto alla polizia con l’accusa di aver imbrogliato nelle risposte.
Senza quasi accorgersene Jamal si ritrova sotto interrogatorio, picchiato e torturato. Alle botte e alle scosse elettriche, il giovane risponde nell’unico modo che da sempre conosce, la verità. Attraverso lunghi flash back Jamal ripercorre la propria vita, in un sentiero di dolore, orrore, gioie ad istanti, miseria, amore, per scoprire con amara ironia, come ogni risposta esatta sia legata ad un episodio tragico, felice o beffardo di vita vissuta. Dall’infanzia negli slum segnata dalla morte della madre, alle peripezie compiute insieme al fratello maggiore Salim (Madhur Mittal) per sfuggire alla morte tra orchi e sfruttatori di minori, alle astuzie per sopravvivere all’ombra del Taj Mahal a discapito dei turisti. Crescendo, prima adolescenti, poi precocemente e forzatamente adulti loro malgrado, Jamal e Salim si scopriranno molto diversi e ordinati a destini dissimili. Insieme a loro e tra di loro, sin dall’infanzia la vita gli consegna la presenza di Latika, che catturerà per sempre il cuore di Jamal, inducendolo a rischiare l’impossibile pur di seguirne le tracce e conquistarla. L’ultima tappa di questo inseguimento sarà proprio la partecipazione al milionario, divenuto ad un passo dal sogno, l’ennesimo trabocchetto di una vita mai sazia di offrire ostacoli.

 

 

Una perfetta fusione di immagini, musiche , luci e colori

“Le 12 domande” del diplomatico indiano Vikas Swarup, è il testo letterario da cui è stato tratto “The Millionare”. Il romanzo, tradotto in ben 36 lingue, racconta di un giovane “paria” accusato di frode dopo aver risposto a tutte le domande di un quiz televisivo. In suo soccorso interverrà una giovane donna avvocato a cui racconterà la sua esistenza tribolata. La perfetta fusione di luce, colori, immagini e suoni, rende l’ultima fatica di Danny Boyle un immenso inno alla vita. Le scelte tecniche di regista e sceneggiatore (Simon Beaufoy, “Full Monty”), esaltano al massimo il dinamismo di un paese formicolante e pulsante di vitalità quale è l’India, trascinando lo spettatore nei vicoli degli slum di Mumbay, guidato dalle splendide sequenze con camera a mano. Una pellicola dal ritmo incalzante che non prevede soste, anche se maggiore intensità si respira nella prima parte dove i protagonisti sono i bambini, è scandita dalla bellissima colonna sonora opera di Allah Rakha Rahman, uno dei maggiori musicisti autori di sound tracks indiani. Sonorità suggestive frutto della fusione di più generi, da parte di un artista che gode in India cifre di vendita, pari se non superiori a mostri sacri occidentali come U2, Rolling Stones, Bruce Springsteen, con la differenza che i suoi LP vanno a ruba per pochi centesimi nelle migliaia di mercati popolari.


La splendida fotografia per mano di Anthony Dod Mantle (“L’ultimo Re di Scozia”), assecondata da un montaggio di qualità superba, ci consegnano un lavoro costituito di immagini suggestive dai colori vividi nei quali immergersi, dove a simbolo dell’universo indiano, la maestosità del Taj Mahal è l’antitesi della sua dilagante miseria.
Boyle ha voluto regalarci per sua ammissione alcune sequenze dal forte contenuto simbolico. Una di queste vede l’incontro tra un Jamal bambino ricoperto di escrementi e il reale divo di Bollywood, Shah Rukh Khan, a rimarcare l’abissale confine che in India forse più che altrove, separa il sogno dalla vita reale. In un'altra scena sempre Jamal ora ventenne, osserva dall’alto il luogo dove sorgevano le baracche in cui nacque, oggi risucchiate nelle fondamenta dei grattacieli della nuova Mumbay divenuta una metropoli da oltre 16 milioni di abitanti. Nel suo sguardo, il volto di una nazione che osserva perplessa una trasformazione così rapida da minacciare culture e tradizioni secolari. Una modernizzazione in cui alcuni più del passato godono di una opportunità prima negata, ma dove la rimozione di qualche bidonville, è ben lontana dal segnare una significativa sconfitta alla povertà. La sequenza del balletto conclusivo molto “thrilleriana” e di “jacksoniana” memoria poi, è stata girata in quel Victoria Terminus divenuto postumo alle riprese, luogo da dove si mossero gli artefici del recente attacco terroristico di Mumbay. Un beffardo e stridente presagio.


Gran parte dei volti apparsi sullo schermo, appartiene ad attori non professionisti. Un aspetto che amplifica il loro realismo, come l’orrore e la meraviglia che portano in scena. Seppur tutti meritano un elogio, Dev Patel ha vinto il premio come miglior attore esordiente britannico, una particolare nota va attribuita agli interpreti bambini, molto più intensi e toccanti degli adulti. Tra l’altro, proprio attorno a loro, si è accesa una forte polemica quale rinnovato esempio delle forti contraddizioni di questa terra. Nonostante una popolarità accresciutasi a dismisura dopo l’uscita in tutto il mondo di “The Millionare”, le loro misere condizioni di vita non erano affatto decollate. Solo oggi, all’indomani della vittoria agli oscar della pellicola che gli ha resi famosi, si è forse avviato quel circolo virtuoso, che ha visto impegnarsi sulla parola i produttori del film affinché a questi piccoli attori venga riservato un futuro lontano dalle bidonville.

 


 

Sul filo di una favola, il sogno di riscatto di un popolo

Sul filo di una favola moderna, Danny Boyle ci racconta soprattutto una realtà terribile, conosciuta da molti e da altrettanti, spesso gli stessi, ignorata. Venti anni di India esposti alla luce impietosa del quotidiano vissuto da milioni nelle bidonville di Mumbay, cuore pulsante eretto a simbolo di un paese divenuto agli occhi del mondo nuova potenza economica in espansione, ma ancora incapace di far fronte ad una dilagante povertà in un contesto di laceranti scontri di natura etnica e religiosa, sfociati come visto anche negli ultimi mesi, in sanguinosi atti terroristici. “The Millionare”, ha suscitato un coro dissonante da parte di molti politici indiani, che hanno accusato la pellicola di fornire un’immagine troppo negativa della nazione. Una rinnovata prova di inesauribile ipocrisia politica, da parte di chi vuole mostrare al mondo un paese in via di sviluppo, ma nascondendo sotto il tappeto cumuli di spazzatura fatti di decine di milioni di abitanti che vivono tra miseria, fame, sfruttamento e violenza.


La storia di Jamal, Salim e Latika è la storia di un popolo verso un sogno di riscatto e di speranza. Trattasi di una storia d’amore e di morte molto comune, ed è nella sua semplicità di questa favola moderna che risiede la sua forza, quale esempio di quel crogiuolo di tante microscopiche vite che si giocano ogni giorno la partita della sopravvivenza. Una immensa nazione dove il misticismo e la religione si alternano all’orrore con naturale semplicità. Una terra dove a determinare chi si guadagnerà il diritto ad ammirare il sorgere di un nuovo sole, contribuiscono sì volontà, coraggio, ostinazione, generosità, ma tanto spesso simile a quel contesto di regole che determina la vita di una jungla, fatto di attimi, di scelte istintive, frutto del caso, o della legge del più forte.
Come Jamal e Salim, vi è una moltitudine a percorrere la propria strada verso una rivincita per vendicare la misera infanzia e gli orrori che l’hanno segnata, seguendo la via che la propria natura gli suggerisce: Boyle ci indica in modo chiaro quale secondo il suo messaggio di speranza, risulti quella a lui preferita.
Tra le pareti di lamiera che nelle bidonville divengono case, come ai piedi del meraviglioso Taj Mahal, l’India è una inesauribile e crudele palestra di vita. Come al milionario, per guadagnarsi un traguardo e accedere ogni giorno alla domanda successiva servono fortuna, coraggio, perseveranza, speranza, intelligenza, ma come ci suggerisce Jamal, a volte basta semplicemente conoscere le risposte.

 

 



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