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THIS MUST BE THE PLACE
di Mirko Bonini


Regia: Paolo Sorrentino
Italia, Francia, Belgio; 2011
Voto: 8 ½



Una rivincita.
Non posso pensare ad altro considerando l'incredibile successo al botteghino dell'ultimo film di Paolo Sorrentino, che scalza incredibilmente dal podio Blockbuster e De sica vari dimostrando come -contro ogni previsione- anche in Italia un ottimo cinema e un grande autore possano rappresentare una risorsa e non un rischio, anche commercialmente parlando. Non a caso, paradossalmente, Sorrentino è uno dei nostri registi più internazionali e questa sua ultima opera lo è nondimeno sia per cast (da Sean Penn a David Byrne, da Kerry Kondon a Judd Hirsch) che per produzione (italo-franco-Belga).
Eppure, questa banale questione campanilistica sta tutta negli occhi di chi guarda.
Il film, come tutte le opere d'arte davvero valide, ha una portata universale e come ricorda il regista è stato esportato in tutto il mondo (salvo che in Cina) proprio perchè non si pone questo tipo di problemi.
La riconquista del proprio 'posto nella vita' intrapreso da Cheyenne, goth star in buen ritiro che vive di rendita dei proventi speculativi di un lavoro giovanile che non pare averlo mai appassionato a dispetto della gabbia o dell'immagine che lo ha forgiato e dalla quale il protagonista non riesce a liberarsi, è un cammino visivo ricchissimo che dona allo spettatore la gioia dei piccoli particolari della vita e del viaggio senza necessariamente fornirne una chiave di lettura, ma celebrandone per questo il senso di mistero e di bellezza che solo i bambini (e adulti affetti dalla sindrome di Peter Pan come Cheyenne) riescono a percepire.
Il viaggio del protagonista alla ricerca dell'aguzzino nazista del padre è il motore del secondo atto del film e si contrappone idealmente al primo, un lungo ritratto del protagonista immerso tra la noia e la depressione sullo sfondo della vita Dublinese nella quale la rockstar è stata joyceanamente pre-pensionata. La ricerca, che è insieme recupero del proprio posto nel mondo e tentativo di ricongiunzione ideale post-mortem con la figura conflittuale del padre, è quanto di più onesto si possa richiedere ad un film inteso come 'narrazione per immagini': pura potenza visiva e fotografica (un bravissimo Luca Bigazzi) al servizio di una narrazione il cui interesse qui è più che il plot il personaggio stesso, il suo ritratto e la sua psicologia, dipinta -questa sì- come un racconto di formazione tardivo che svolgendosi solo incidentalmente attraverso un viaggio concreto non è necessariamente spirituale o mistico come ci si aspetta da film di questo tipo dalla grana meno fine (' Sono nel New Mexico, non in India' si schernisce il protagonista davanti ad una preoccupata ex moglie che non lo vede mai tornare).
Una chiave di lettura dunque intimista, che parla attraverso un continuo understatement oratorio per ritmi e ironie, i primi lenti, le seconde accennate, e che proprio per questo si distacca dalla chiave di lettura a tratti frenetica e pop del precedente 'Il Divo' e che proprio per questo è al servizio, come per Servillo nel caso di Andreotti, di Sean Penn e del suo personaggio, vero centro focale di tutta la vicenda. Un problema non indifferente per il suo interprete che sfigurato dal cerone e dal rossetto sfugge alla caratterizzazione in stile Ozzy Osbourne proponendo di sua iniziativa una chiave interpretativa del personaggio in farsetto per sottolinearne la nota eccentricamente effeminata (reminiscenze da Harvey Milk?) e il passo pesante che 'porta il peso del ricco che si sente in colpa per essere diventato tale'.
Risultato riuscito: l'abisso della macchietta è sempre a due passi ma non viene mai percorso.
Grande assente del film è il passato di Cheyenne, rimosso sia dal punto di vista dell'infanzia e del rapporto col padre sia dalla sua figura di cantante. Non lo sentiamo o vediamo mai infatti in queste vesti e, pur essendo la musica una delle protagoniste del film, questa non è mai quella prodotta dal protagonista ma quella -tra le altre- di David Byrne, leader dei Talking Heads a cui si rifà il titolo del film, che accetta di partecipare come cammeo nei panni di sé stesso in una delle tante scene visivamente surreali del film durante uno dei suoi concerti-happening a New York.
Il cantante promette anche -e credibilmente- che per il suo prossimo show farà 'suonare un'intera città'. Ma non ha bisogno di farlo davvero. Al suo posto a farlo ci pensa Sorrentino, si tratti di Huntsville, New York o Dublino. La cassa di risonanza è lo sguardo di Cheyenne.





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