giovedì 18 luglio 2019   
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Rubrica a cura di Ermanno Bugamelli


L’arroganza del potere si abbatte sui più vulnerabili


CHANGELING – voto : 8.5


Il dramma di Christine Collins

E’ il 10 marzo del 1928 quando Christine Collins (Angelina Jolie), capo centralinista in una Los Angeles alla vigilia della grande depressione, rientrando a casa in ritardo da un turno extra di lavoro, non ritrova il figlio Walter (Gattlin Griffith) di 9 anni. L’istantanea apprensione della giovane madre si tramuta in ansia in pochi minuti e in terrore nelle subitanee ore successive. Christine sente che qualcosa di grave è accaduto e non perde tempo denunciando subito la scomparsa del figlio alla polizia, ma questa, seguendo le sue rigide e fredde procedure, interviene solo l’indomani mattina. Le ricerche sembrano non dare esiti, ma all’improvviso dopo 5 mesi di angoscia e speranza, Christine riceve una telefonata dal capitano J.J.Jones (Jeffrey Donovan), responsabile delle indagini per LAPD: il bimbo è stato ritrovato. L’appuntamento per la riconsegna è fissato in una lontana stazione ferroviaria dello Iowa, ma al momento dell’incontro Christine rimane impietrita dalla raggelante scoperta di non trovarsi dinanzi al suo bambino. Stordita, sconvolta e confusa, la giovane mamma reagisce troppo timidamente, l’azione subdola del capitano Jones e l’influente presenza di giornalisti e fotografi, la inducono ad accettare quello sconosciuto come suo figlio, aprendogli le porte ad un incubo inimmaginabile. Quel riconoscimento estorto sfruttando la sua debole posizione, peserà come un macigno nel futuro che verrà, quando Christine ingaggerà una lotta senza esclusione di colpi con il dipartimento di polizia di Los Angeles, affinché la verità sulle sorti del suo vero Walter trovino una risposta.
Per difendere l’immagine vacillante e la credibilità di un distretto accusato di corruzione dilagante e di condotta violenta spesso gratuita, il capo della polizia James E.Davis (Colm Feore) sceglie questo caso, e ordina al capitano Jones di ricorrere ad ogni mezzo, reclusione in manicomio compresa, pur di sedare l’imbarazzante voce di una semplice ragazza madre, che per nulla intimorita continua ad invocare giustizia respingendo come non proprio, quel figlio che la polizia in malafede gli ostina a proporre come suo.
Al fianco di Christine si schiererà solo il reverendo presbiteriano Gustav Briegler (John Malkovich), personaggio pubblico che da ogni pulpito o microfono, ha ingaggiato da tempo una forte campagna di denuncia sui soprusi esercitati dalle forze dell’ordine della capitale californiana.
La drammatica storia confluirà in un’altra vicenda carica di orrori che sconvolse l’america di quei giorni, con protagonista il serial killer Jason Butler Harner (Gordon Northcott), in un finale che metterà a dura prova la sensibilità e l’emotività dello spettatore.


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Clint Eastwood e il suo atto di accusa

Clint Eastwood ci regala con “Changeling”, un’altra pietra miliare della sua incredibile carriera. In perfetta linea con un percorso che da anni lo ha visto affrontare uno dopo l’altro, alcuni tra i temi più scottanti del palcoscenico sociale americano, il regista attore musicista di San Francisco, ci riconduce in una California fine anni ’20 ancora lontana da quel modello di libera democrazia di cui si fregiò nei decenni che seguirono. Le cronache di quegli anni raccontano di una Los Angeles stretta nella ferrea morsa di potere del sindaco George E.Cryer, e del capo della polizia James E.Davis detto “due fucili”, per l’alto numero di immagini pubbliche che lo ritraggono armato fino ai denti. La loro gestione dell’ordine pubblico venne applicata con il ricorso della violenza sistematica, servendosi di agenti reclutati tra pistoleri dell’epoca senza scrupoli. Arroganti, violenti e corrotti individui, che infangarono l’immagine delle forze dell’ordine. Esplicativa all’estremo la dichiarazione di Davis ad inizio mandato: «Noi faremo delle strade di Los Angeles il nostro tribunale permanente e abbatteremo gli assassini sul campo. Non voglio che mi consegnino vivo nessuno di questi uomini, li voglio morti, e punirò ognuno dei miei che mostrerà la minima pietà per quei criminali».
Attingendo ad una storia vera che scosse, sconvolse, e inondò di orrore un paese intero, Eastwood muove una dura condanna al sistema di potere americano che per difendere la propria immagine e conservare l’autorità, è disposta ad accanirsi contro i suoi stessi cittadini, mettendone a repentaglio la sicurezza della porzione più vulnerabile: i bambini. Una messaggio forte e penetrante, per illustrare come il potere in ogni era, sia giunto a sacrificare anche il proprio futuro pur di arrogarsi il diritto di proseguire nell’esercizio della sua azione: la corruzione e la falsità del LAPD con vittima i bambini della Los Angeles di “Changeling”, non possono non evocare la strategia del terrore tanto sfruttata di recente da Bush figlio, pur di giustificare gli orrori a cui ha sottoposto migliaia di giovani americani in Afghanistan come in Iraq. Se allora lo strumento per distorcere la verità erano poliziotti e medici corrotti, oggi per ottenere il consenso dell’opinione pubblica si è fatto leva sulla paura, sul senso di insicurezza dell’uomo della strada, manipolando in modo strumentale l’azione dell’arma più potente a disposizione: l’informazione. La stessa che può se indipendente, costituire l’ultima barriera a difesa della verità.
Un bisogno di verità quale componente genetica del popolo americano, e su questo aspetto Eastwood pone l’accento nella seconda parte del film, dove la pressante richiesta di giustizia della gente comune fu capace di generare terremoti istituzionali impensabili. Una consapevolezza che dopo i lunghi anni bui della gestione Bush, regolati da una politica irresponsabile a tutto tondo, dal rispetto per l’ambiente, al sociale, alle guerre innescate in tutto il mondo, pare con l’elezione di Barak Obama fornire segni di un risveglio indice di una speranza.


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Racconti di umanità nell’ombra

Risalendo a ritroso nel tempo, dopo gli anni dettati in veste di semplice attore dagli spaghetti western di Sergio Leone e dell’ispettore Callaghan, o da film indimenticabili come “Fuga da Alcatraz” e “Dove osano le aquile”, Eastwood ha centrato la sua seconda parte di carriera dietro alla macchina da presa. Si è assunto l’impegno di raccontare storie di uomini semplici capaci di gesti straordinari, di sconfitti alle prese con i propri errori e destini, puntando i riflettori su umanità da sempre nell’ombra. Narrando di loro Clint ha affrontato l’incontro di solitudini in lavori come “Un mondo perfetto” (1993 con Kevin Costner); l’amore struggente in  “I ponti di Madison County” (1995 con Meryl Streep); il lacerante tema della pena di morte (“Fino a prova contraria”, 1999); l’amicizia e la perdita dell’innocenza (“Mystic River”, 2003 con Sean Penn, Kevin Beacon, Tim Robbins); il diritto alla libera scelta del proprio destino (“Million dollar baby”, 2004 con Hilary Swank e Morgan Freeman); il patriottismo, il rapporto tra gli eroi, la storia e la bandiera di un paese (“Flags of our fathers”, 2007), così come il contro altare giapponese “Letter from Iwo Jima”, sempre del 2007. 
Prima di tutti questi diresse l’epico western “Gli spietati” nel 1992, che gli valse la prima serie di oscar per film e regia poi replicati in “Million Dollar Baby”.



Un dolore che doveva essere raccontato

Il sacro valore dell’infanzia viene calpestato e insanguinato in una storia incredibilmente vera, e ripescata dagli archivi di vecchi atti processuali del Los Angeles Time proprio alla vigilia della loro distruzione. Il merito di questo salvataggio estremo, primo passo del cammino che portò la vicenda all’attenzione del produttore Ron Howard e dell’autore Eastwood, è di Michael Straczynsky, sceneggiatore con trascorsi di giornalismo. Straczynsky ricevette una soffiata da un amico che lavorava in municipio a Los Angeles, relativa ad una montagna di vecchi casi dei primi decenni del secolo scorso, che stavano per essere macerati. Egli se ne appropria, li esamina e rimane colpito da questa commovente storia umana, dal forte impatto sociale e politico risalente al 1928. Il dossier che elabora, arricchito da foto, interviste e atti processuali dell’epoca, costituirà parte della sceneggiatura finale, conquistando l’attenzione dei futuri datori di lavoro.
Anche Angelina Jolie, straordinaria protagonista di questa pellicola, da prima restia ad accettare un ruolo così drammaticamente coinvolgente in qualità di madre, viene conquistata dalla forza del racconto: “Non volevo accettare la parte, ma poi ho capito che quel dolore doveva essere raccontato”. La Jolie nativa proprio di Los Angeles, dà vita all’interpretazione forse più intensa della sua carriera. L’attrice riesce a calarsi, forse anche in quanto mamma, nell’immenso e straziante dolore che la giovane Christine Collins doveva aver provato. Una sorta di incubo senza fine, una discesa a gradini verso l’inferno per una donna che si trova sola contro un intero sistema di potere a reclamare giustizia per il più orribile dei delitti verso una madre: la sottrazione del figlio. Una angoscia materna amplificata dalla tortura per l’arrogante applicazione del codice 12: una norma che consentiva alla polizia di Los Angeles di quegli anni, di rinchiudere in istituti prescelti senza appello o avvallo di terzi, tutti coloro che sostenevano una condotta molesta o disturbatrice secondo i canoni stabiliti dallo stesso dipartimento. Nella sostanza un metodo pratico e veloce per porre sotto silenzio e a tempo indeterminato ogni figura scomoda.
Già vincitrice di un Oscar da non protagonista nel 1999 per “ Ragazze interrotte”, la critica candida Angelina Jolie ad una sicura nominations nel marzo 2009 in veste da protagonista. Una robusta sterzata alla carriera di una artista che negli ultimi anni era brillata più per le performance mondane della sua vita privata, che per la caratura delle sue prove di attrice.
All’istrionico e camaleontico John Malkovich, un insolito ruolo positivo, quale difensore dei più deboli e paladino della giustizia. Compito che l’attore dell’Illinois riesce a svolgere al meglio, incastonando la sua prova in un contesto artistico impeccabile. Il reverendo Briegler ebbe un ruolo fondamentale nella sopravvivenza della Collins. Senza il suo sostegno umano e legale, la vita della giovane donna sarebbe probabilmente terminata tra le mura di un manicomio.
Bravissimo Gordon Northcott nelle vesti dell’orribile figura del serial killer psicopatico Jason Butler. Toccante la prova di Devon Gearhart, che con il volto del bambino Jeffrey, consente al mondo la scoperta degli orrori nell’allevamento di polli dei Butler. Clint Eastwood si conferma regista in grado di dirigere al meglio gli attori al suo servizio, emergenti o star affermate che siano. La lunga rassegna di oscar e interpretazioni superbe, collezionate nei suoi lavori ne sono una testimonianza. A conferma giungono le parole della Jolie: “Clint è straordinario…Non ci sono parole per descriverlo. Avrei potuto continuare per sempre. E’ così risoluto, come regista. Ha quella straordinaria capacità di dirigere cogliendo il valore degli interpreti, che ovviamente riescono a dare il meglio di se, e questo è molto apprezzato. Si prende il giusto tempo per considerare le cose. E’ semplicemente straordinario. Non credo che vorrò mai più girare un film senza di lui”.
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Nessuno sconto al suo pubblico

Alcuni hanno definito “Changeling” come il film più noir di Clint Eastwood. Di sicuro è un lavoro di qualità superiore assoluta, uscito da Cannes 2008 inspiegabilmente senza riconoscimenti. Un prodotto confezionato in modo splendido, curato in tutte le sue parti: dalla forza penetrante della storia, alla qualità di tutte le sue componenti quali le interpretazioni, la ricostruzione scenica e ambientale, la maniacale cura per costumi e fotografia, fino all’apporto di una struggente colonna sonora di cui lo stesso regista è autore. Quasi a riproporre la banale metafora del vino ogni anno più buono man mano che invecchia, Clint ha da tempo abituato il pubblico a regali importanti, ma sono doni di uno spessore speciale. Si tratta di strenne non indolori, perché come sempre più spesso accade, Eastwood non concede sconti al suo pubblico. Anche in “Changeling”, così come era accaduto in “Mystic River” e “Million Dollar Baby”, gli spettatori sono scossi, coinvolti e trascinati all’interno dell’incalzare del dramma umano. La disperazione si tramuta in rabbia, per poi scivolare nell’orrore e riconvertirsi in speranza. La storia di Christine Collins produce emozioni forti, intense, che colpiscono al cuore ma anche alla pancia, generando in alcuni una sorta di malessere. Si esce dalla sala in silenzio, alcuni a capo chino, molti con la mente ancora avvolta e intorpidita dalle sensazioni vivide che dallo schermo sono straripate sulla platea, inondandola. Si avverte quella spossatezza conseguente alle prove faticose, perché assistere ai racconti del regista di San Francisco assorbendone ogni emozione, può essere anche impegnativo.
Eastwood non fa sconti, racconta la vita come è o come è stata, da sempre, nei suoi aspetti più duri e veri.
Quando tra cento anni non sarà più tra noi, rimarrà di lui il suo cinema…ma non sarà più lo stesso cinema.

 

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