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editoriale » Crisi economica 2008  

CRISI ECONOMICA MONDIALE: UNA GHIOTTA OCCASIONE
di Boris

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1° parte

Tutti parlano di crisi economica mondiale e tutti prevedono scenari apocalittici o facili superamenti. Il migliori esperti di cui dovremmo fidarci e che dovrebbero condurci fuori da questa empasse, sono proprio quelli che non avevano previsto questa reale capitolazione. Gli stessi esperti che oggi si inventano “nuove vie economiche democratiche”, la richiesta di aiuti di stato e una nuova Bretton Woods. Una nuova conferenza su come decidere le regole del nuovo capitalismo mondiale.
Il G20, convocato d’urgenza nei giorni scorsi, avrebbe dovuto sopperire a questa mancanza ma alla luce dei documenti prodotti e delle decisioni prese, si evidenzia che nulla di fatto è stato concordato. La conferma di ciò sta proprio nella necessità di un nuovo incontro previsto per febbraio.
L’incontro di Washington infatti, un risultato l’ha ottenuto ed è quello di aver reso ufficiale, al di la di sterili e sarcastici comunicati del presidente Bush, la disomogenea veduta di prospettive economiche future. Non solo tra Europa e Stati Uniti o Cina e stati emergenti come l’India e paesi asiatici che chiedono di contare sempre più, ma anche tra gli stessi stati membri dell’Unione Europea. Infatti oltre che a leccarsi le ferite, ogni singolo capo di stato, sta principalmente pensando al proprio paese e a come contenere le perdite di posti di lavoro, che potrebbero creare instabilità sociale e di conseguenza ulteriore pericolo per gli investimenti attuali e futuri.
La riscoperta dell’intervento dello stato, proprio nell’era della globalizzazione dei mercati ne è un esempio lampante. Un intervento che ancora una volta non tiene minimamente in considerazione la popolazione ma solo ed esclusivamente i grandi interessi. Gli stessi che ci hanno condotto allo stato attuale delle cose.
Non doveva il mercato unico e il liberismo “dalle regole approssimative”, auto-regolamentarsi grazie alla libera concorrenza che avrebbe portato alla riduzione dei prezzi e quindi benefici a tutti?

Una crisi che viene da lontano
Dalla caduta del muro di Berlino ad oggi, molti eventi hanno caratterizzato le trasformazioni sociali ed economiche di tutti i paesi del mondo, in particolare dell’Europa. Un unione di stati le cui linee principali, dettati dal trattato di Maastrich, miravano solo ed essenzialmente ad accordi commerciali la cui tenuta, doveva passare attraverso il progressivo smantellamento dello stato sociale esistente considerato un costo troppo elevato e non più necessario per controbattere un possibile sistema alternativo proposto dall’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
Proprio questo è uno dei nodi cruciali della svolta economica mondiale. Insieme alla frantumazione della cortina di ferro, è crollata anche la necessità sociale, conquistata soprattutto con feroci lotte, della ridistribuzione della ricchezza e il concetto stesso di comunità. Se a questo aggiungiamo, di riflesso, le crisi politiche e gli smarrimenti dei partiti socialisti, comunisti e delle organizzazioni sindacali europee, il Capitalismo con la “C” maiuscola non poteva che essere finalmente libero di mostrare il suo vero volto, quello che Carlo Marx aveva prefigurato molti anni prima e che, proprio quelle organizzazioni sociali, avevano contribuito a rendere più “dal volto umano”.
Solo il profitto, individuale ed infinito, rimane l’unico vero dogma da venerare, il “vitello d’oro” di biblica epopea.
L’attuazione di questa politica non poteva che essere realizzata attraverso la trasformazione di ogni singolo governo, in veri e propri consigli di amministrazione: l’epopea dei governi tecnici.
In Italia per esempio: Giuliano Amato I e II (28/6/92 – 28/4/93 e 25/4/00 – 11/6/01), Carlo Azeglio Ciampi, (28/4/93 – 10/5/94), Lamberto Dini (17/1/95 – 17/5/96) e Romano Prodi I e II (18/5/96 – 21/10/98 e 17/5/06 – 7/5/08). Tra questi, amministratori della Banca d’Italia (Ciampi è diventato anche Presidenti della Repubblica) e non solo, che anno operato con il beneplacito della sinistra, soprattutto in termine di riforma dello stato sociale.
Nessuna regola “reale” rispetto al cannibale mercato finanziario che progressivamente si organizzava per sostituire il mercato reali delle merci. Una riforma del welfare che mirava ancora una volta a considerare il proprio popolo come suddito, libero di lavorare e muoversi solo essenzialmente per consumare. Un intervento reale e radicale nello Stato che nulla aveva a che vedere con il termine stesso di Stato. Negli altri paesi poi, la situazione non era poi così differente.
Tutti i governi quindi a pendere dalle labbra dal Fondo Monetario Internazionale e WTO che, non a caso, hanno sempre più dettato legge ai singoli stati. Tanto da caratterizzarne l’andamento delle borse, completamente sganciate dai singoli governi. Una vera e propria “democratica economia autoritaria”. Una “struttura mercato” che una volta superato i limiti se pur marginali, delle singole valute, ha intrapreso una campagna economica mondiale basata solo ed essenzialmente su fluttuazioni azionarie.



2° Parte

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Gli anni 90' e la “new economy”
Sono gli anni novanta che rappresentano i primi veri cambiamenti in campo economico mondiale e finanziario. Impulsi al cambiamento sollecitati da particolari trasformazioni politiche e sociali.
La caduta del muro di Berlino rileva l'apertura teorica di nuovi possibili mercati. Terre di conquista per avventurieri imprenditoriali che nello sfruttamento di popolazione da sempre “fuori dal mercato” vedono la possibilità di accumulare in breve tempo ingenti guadagni. Per fare questo però servono nuovi ed ingenti investimenti, coperture economiche che soprattutto il nostro sistema imprenditoriale, non è in grado di affrontare. Non dimentichiamo che le imprese italiane attraverso un sistema occulto di finanziamento ai partiti, godevano di coperture infinite e sicure commesse. Un meccanismo che con l'imminente apertura ed internazionalizzazione dei mercati, non avrebbe più retto. Da qui la necessità di sostituire tale sistema. Lo strumento: le inchieste di “Tangentopoli”.

Vanno sottolineati anche altri aspetti: il libero regime monetario poneva, in quegli anni, la nostra valuta in netto svantaggio rispetto alle altre monete europee tanto che oltre ad annunciare la nostra entrata/uscita dallo S.M.E. (Sistema Monetario Europeo), esponeva il nostro paese a grosse difficoltà di recepire moneta liquida a basso costo. L'eccessiva fluttuazione valutaria di quegli anni era soprattutto provocata dalle differenti economie vigenti nei paesi europei in particolare nella Germania riunificata e nella Gran Bretagna, permanentemente ritirata dal sistema. Basti pensare che i tassi d'interesse concessi dalle banche per l'acquisto della prima casa, si aggiravano intorno al 13%. Valori oggi impensabili ma tollerati, nonostante ponessero seri problemi alla necessaria finanziarizzazione delle imprese perchè, in particolare in Italia, ci consentiva di esportare prodotti di qualità medio-alta a prezzi concorrenziali. Un libero mercato delle singole valute che certamente favoriva i paesi ad economia avanzata (più ricchi) e sottometteva altri non in grado di fronteggiare le loro politiche aggressive. Questo condusse al cosiddetto Compromesso di Bruxelles nell'agosto 1993 che stabiliva una nuova banda di fluttuazione del 15%.

Fu infatti la decisione di Richard Nixon, nel 1971, di svincolare la quotazione della valuta e la sua stessa produzione dalla quantità di oro depositate nei cavò di stato, a dare il via a tale speculazione. Una decisione che poneva come ormai definitivamente superato,  il trattato di Bretton Woods. 
Tale decisione costrinse  i Paesi della CEE nel 1972 ad accordarsi per mantenere stabili i tassi di cambio attraverso le operazioni finanziarie, dando così vita al cosiddetto «serpente monetario». Nel marzo del 1979, questo sistema fu rimpiazzato dal Sistema Monetario Europeo.
Un regime di guadagni e prestiti solo “sicuri” attuati dalle banche che resse sino e anche oltre, all'introduzione dell'euro. Silenzi e sfruttamento dei clienti indebitati, tali da costringere  i governi dei primi anni 2000 a varare una legge contro lo “strozzinaggio” legalizzato. Ovvero ponendo un tetto al valore d'interesse che legalmente le banche potevano pretendere dai loro creditori. Un operazione di poco conto se paragonata alla svalutazione “d'ufficio” attuata grazie al silenzio del governo di Centro Sinistra capeggiato da Romano Prodi, sul cambio introdotto alla Lira durante il passaggio al regime dell'Euro. Per i salari il cambio ufficiale fu 1 euro contro 1936,27 lire ma nel paese in realtà tutto veniva valutato 1000 lire per 1 euro. Operazione che ancora una volta confermava, che ne dicano gli economisti nazionalisti di destra e in particolare Leghisti “contro l'euro”, la nostra reale salvezza dalla bancarotta nazionale. Non è forse infatti un caso che al popolo italiano, a differenza di altre nazioni europee, non sia stato richiesto un parere tramite referendum. Il gioco era troppo alto per permettere a tutti di poter decidere e mettere in pericolo gli interessi delle grandi famiglie economiche oligarchiche che da sempre dominano il nostro paese.


In quegli anni, un aiuto arrivò alle imprese anche attraverso politiche salariali favorevoli. E' di quegli anni infatti (luglio 91 e 92) la firma dei sindacati confederali dell'accordo nazionale basato sulla concertazione tra le parti (leggesi non belligeranza) e una forma di contrazione dei salari attuata principalmente attraverso l'ottenuta abolizione, tramite referendum, della scala mobile, che veniva prontamente sostituita da una forma di recupero concordato ogni due anni, in sede di rinnovo contrattuale. Un meccanismo che di fatto ha contribuito ad affossare il recupero dei salari sul reale costo della vita.
Sono anche gli anni della legge Treu, (’97) nome attribuitagli dal ministro del lavoro Tiziano Treu del governo di centro sinistra, che per “modernizzare il mercato del lavoro di fronte alle sfide che la mondializzazione dei mercati richiede”, permise per legge di utilizzare contratti di lavoro a termine. Concedendo così alle industrie la possibilità di poter assumere, utilizzare e licenziare manodopera a seconda delle esigenze di produzione. Una legge votata anche dal Partito della Rifondazione Comunista,  che di fatto ha progressivamente creato una nuova classe di lavoratori senza futuro. 
Per non parlare poi della riforma delle pensioni attuata dal governo di Lamberto Dini, sostenuto dalla cosiddetta sinistra democratica del nostro paese, che non solo obbligava lavoratori a prolungare la loro permanenza nel mondo del lavoro indipendentemente dalle mansioni svolte ma aboliva di fatto, ponendo un limite d'età minima, il valore dei 35 anni di lavoro e condannava le future generazioni, con stipendi notevolmente più bassi e lungo precariato, a una pensione calcolata solo sui versamenti effettuati in tutta la vita lavorativa.

In questo scenario, il capitale finanziario drogato cominciò a muovere i primi passi. Fu infatti durante la cosiddetta “new economy” e la sua rispettiva crisi, la prima vera dal 1929, che si evidenziò chiaramente l’attuale meccanismo azionario basato solo ed essenzialmente su speculazioni che nulla avevano a che fare con i bilanci societari reali. Il guadagno degli azionisti soprattutto. Complici e promotori anche banche e governi che, in assenza di regole, hanno contribuito a considerare attendibili ed affidabili aziende puramente virtuali. Per lo più informatiche o legate alla componentistica elettronica che promettevano ingenti guadagni attraverso il loro sviluppo possibile futuro. Una pianificazione industriale fasulla che non teneva minimamente conto del ritardo sociale e culturale delle popolazioni mondiali ed in particolari europee.

Per attuare tutto questo, il mercato aveva bisogno di ingenti quantità di denaro che poteva solo essere raccolto attraverso il progressivo impoverimento dei guadagni riferiti ai risparmi di lunga durata e di vecchia concezione come BOT e prodotti similari. Un’operazione che banche e promotori finanziari affamate e ansiosi di partecipare a questo ghiotto banchetto, hanno immediatamente spalleggiato. Obiettivo: utilizzare ovviamente i risparmi accumulati con anni di sacrifici e volutamente esclusi, per sicurezza individuale, dal circuito dei mercati azionari.
Non è infatti un caso che cominciarono a nascere e ad essere proposti anche ai piccoli risparmiatori titoli garantiti e nominati dalle stesse banche. Titoli che nulla avevano in comune con quelli precedentemente proposti di aziende che producevano con il loro prodotto, ricerca, occupazione e ricchezza.
Già alla fine degli anni 90’ inizio 2000 con alcuni importanti scaldali, sottovalutati dai più, si intravedeva tale possibile crisi. Dai bond Argentini allo scandalo BIPOP-CARIRE, uno dei più gravi casi di risparmio tradito avvenuti in Italia, che ha distrutto 10 miliardi di euro di risparmi coinvolgendo oltre 70.000 risparmiatori e piccoli azionisti. Uno scandalo che, rischia di “passare allo storia” come un semplice caso di “ostacolo alle funzioni” delle cosiddette autorità di vigilanza Banca d’Italia e Consob.
Per non parlare poi della madre di tutti gli scandali: il caso Parmalat. Il vero anticipatore di un meccanismo truffaldino e consolidato (vedi documento audio del processo Parmalat) emerso anche durante il caso della Enron americana e poi dei Mutui Surprise americani.
Le avvisaglie erano chiare e tutti sapevano.  E non è un caso se nessuno ha mai veramente preteso regole e restrizioni. Dalle banche alle assicurazioni, il motto era guadagnare il più possibile prima che il gioco saltasse. Comprare e spacciare azioni “drogate” sapendo di commettere reato solo per evitare di essere tra quelli che un giorno si sarebbero trovati con in mano non titoli, ma carta straccia. Altro non è possibile infatti valutare la politica di “protezione” attuata dal ex presidente della banca d’Italia, Antonio Fazio, nei confronti di “amici degli amici” dell’entourage economico nazionale. Soprattutto nei confronti dell'impedimento a scalate straniere a gruppi bancari italiani.
Una sorta di protettorato monarchico economico di stile borbonico, avvicendato attraverso la sostituzione del dott. Antonio Fazio con Mario Draghi da anni ben introdotto e rispettato nella City londinese. Anche la “tempistica” scomparsa del faccendiere dott. Cuccia ha senz'altro contribuito ad accelerare tale processo.
Basti guardare anche al tentativo fallito di scalata alla Banca Nazionale del Lavoro (Bnl), Antonveneta e Rizzoli-Corriere della Sera (Rcs), da parte di UNIPOL.  Aspetti non ancora chiari dove oltre a vecchi investitori e manager bancari, sono forse coinvolti anche i nuovi politici post-tangentopoli.

La questione mutui

Cos'ha però veramente scoperchiato il vaso di Pandora?
E' davvero tutta colpa dei Mutui Surprise l'attuale crisi dei mercati?
La questione dei mutui americani ha rappresentato, come nel caso della  mini tangente al Pio Albergo Trivulzio di Milano dal pool di “mani pulite”, la “necessaria” scoperta. In un paese America e non solo, estremamente indebitato, era necessario agire al più presto per rifondare, costi quel che costi, un sistema finanziario ormai in profondo declino. Del resto neanche le guerre combattute in Iraq, Afghanistan e Kossovo, erano riuscite, visto gli scarsissimi risultati, a risollevare gli Stati Uniti. Vero motore almeno sino ad oggi, dell'economia mondiale.

Il meccanismo dei mutui Surprise, non poteva che avere dei complici nel sistema stesso. Basta rileggere quello che affermava Alan Greenspan durante la sua presidenza alla Federal Reserve dove definiva il sistema “solido e sicuro”. L'esatto contrario di quello che dichiara ora durante le sue strapagate conferenze in giro per il mondo. Non era possibile, infatti, riuscire con facilità a concedere  prestiti per l'acquisto di immobili anche a soggetti che sin dalle credenziali presentate, evidenziavano l'impossibilità di poter adempire in tempi ragionevoli se non reali, all'estinzione del debito contratto. Questo non interessava  a nessuno, perchè dopo l'immediata stipulazione del finanziamento, lo stesso veniva venduto a una cifra inferiore del prestito totale più gli interessi, ad un altro istituto bancario. Lo stesso che, sulla base di questi introiti previsti, emetteva titolo d'acquisto con interessi favorevoli, da piazzare ad ignari investitori privati e bancari mondiali. Ne più, ne meno, della famosissima garanzia per ora sostenuta falsa, presentata ormai dieci anni or sono, come fideiussione dalla banca Bank of America per un ulteriore prestito da concedere all'oramai fallito gruppo Parmalat.

Continua …

 


3° Parte

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La bancarotta approda in Europa: Il caso Islanda e Belgio
Una cosa è certa, nei prossimi mesi e anni ne vedremo delle belle. Anche perchè alcuni Stati e aziende saranno seriamente colpite da questa volatilizzazione di denaro.
Basti osservare quello che è successo in Islanda, isola sull’orlo della bancarotta, che sino ad un anno fa oltre a non voler assolutamente far pare dell'Europa dell'euro, si vantava di avere un sistema solido,  garantito totalmente da investimenti finanziari considerati “sicuri”.
Fino a non molto tempo fa, l’Islanda era un paese con un’economia piuttosto povera. Fuori dai grandi scambi internazionali, viveva principalmente di pesca al merluzzo, attività tanto importante da spingerla a scontrarsi con il Regno Unito pur di estendere le acque territoriali e incentivare la pesca (guerra del merluzzo 1976).
Solo dagli anni ‘90 l’Islanda è uscita dal suo isolamento dando inizio ad un velocissimo sviluppo economico: reddito medio pro capite tra i più alti del mondo, servizi di istruzione e sanità ottimi e gratuiti, previdenza sociale tra le migliori, alto tenore di vita.
Fino all’estate scorsa l’isola dei ghiacci era ricercata dagli imprenditori esteri che portavano grossi capitali, dai politici che vi tenevano summit internazionali, da studiosi in cerca della ricetta del successo. Questa crescita così veloce sembrava dovuta in parte alle regole di una politica di tipo capitalistico, in parte alla diffusione di internet e alla globalizzazione; ora si può sicuramente affermare che un grosso aiuto l’hanno dato le speculazioni finanziarie incentrate su investimenti rischiosi e grazie all’industria dell’alluminio che ha arricchito la nazione, a scapito dell’ambiente, sfruttandone indiscriminatamente il potenziale energetico.

Il problema sono i debiti delle tre principali banche private che negli anni scorsi si sono molto «allargate» facendo shopping all'estero (dalla Gran Bretagna alla Cina). La stretta internazionale del credito, ha spinto la periferica Islanda, reddito pro capite 46 mila dollari, sul ciglio di una crisi di liquidità. Molti a Reykjavik puntano il dito sugli speculatori, gli squali degli «hedge funds» che scommettono sul collasso. Resta il fatto che l'Islanda (300 mila abitanti sparsi su un territorio che è un terzo dell'Italia) è tra i paesi più in rosso: il debito estero veleggia verso i 100 miliardi di dollari, 5 volte il prodotto interno lordo.
In effetti le banche hanno effettuato negli ultimi anni operazioni aggressive, risultate poi avventate; operazioni che, rivolte soprattutto alla Gran Bretagna, ignoravano gli avvertimenti sulla loro pericolosità che giungevano da diverse parti.
E’ bastata la svalutazione della corona islandese per fare a pezzi quest’economia fragile, basata più su giochi finanziari che su una ricchezza reale.
La gente compra meno cibo e il Paese degli alimenti più costosi d'Europa (+62% della media, l'80% è importato) aspetta con un certo nervosismo la possibile risalita.

Una crisi che finisce per tracimare in Gran Bretagna. Non appena, infatti, il primo ministro conservatore Geir Haarde ha drammaticamente confessato che il Paese «rischia la bancarotta», annunciando la nazionalizzazione della banca Landsbanki, i guai sono iniziati anche per i clienti britannici, della controllata Icesave che hanno scoperto di non poter né ritirare né depositare denaro sui libretti di risparmio.
Icesave, la banca online della Landesbanki, ha circa 350mila correntisti divisi tra Regno Unito, tra i quali ci sono moltissimi comuni britannici e otto municipalità di Londra, 125mila in Olanda e conta depositi per un totale di 4,5 miliardi di sterline. Una legge d’emergenza, infatti, approvata ad hoc ha permesso al governo islandese di confiscare banche e imprese finanziarie e di procedere tutelando gli interessi dell’Islanda anche a scapito delle banche stesse.
Così l’8 ottobre il governo del Regno Unito, nel tentativo di proteggere i cittadini e le tante istituzioni britanniche che avevano stipulato contratti con le banche islandesi, ha congelato i fondi nell’unico modo possibile: ricorrendo alla legge anti-terrorismo del 2001, varata a suo tempo per bloccare le azioni di Al Qaeda e di altre organizzazioni terroristiche internazionali.
La decisione ha provocato una grave crisi diplomatica tra l’Islanda e il Regno Unito.

Altre manovre sono state attuate nel paese. Per esempio non si procederà alla nazionalizzazione della Glitnir, la terza banca del Paese, la cui situazione è «peggiore del previsto». Mentre, solo la Kaupthing sembra resistere, grazie anche all'aiuto della Banca centrale di Stoccolma che ha concesso un prestito alla controllata svedese.

Manifestazioni di protesta, intanto, si susseguono a Reykjavik fin dal mese di ottobre. La popolazione riunita davanti al Parlamento denuncia le difficoltà delle famiglie, private dei loro risparmi; accusa il premier, Geir Haarde, e il capo della Banca Centrale, David Oddsson, di aver portato l’Islanda al collasso finanziario; chiede le loro dimissioni e auspica le elezioni anticipate.
Se si andasse alle urne oggi, verrebbe probabilmente accelerato il processo d’ingresso dell’Islanda nell’Unione Europea. Unica panacea reale al possibile tracollo.
Il 25 novembre scorso, il governo, però ha formato una coalizione tra Partito per l’Indipendenza e Alleanza Socialdemocratica, che ha permesso di superare in Parlamento il voto di sfiducia posto dall’opposizione, suscitando nuove proteste e scontri tra manifestanti e polizia. Si tratta di eventi piuttosto rari in uno dei Paesi fino a qualche mese fa con il più alto Pil pro capite d'Europa e il costo della vita tra i più cari del mondo.
Oggi l’inflazione ha superato il 17 % e i prezzi degli alimenti più 30 %.

Chi correrà in aiuto dell’Islanda data la situazione mondiale incombente? Alcuni si sono già mossi, non tanto per volontà d’aiuto verso un paese in procinto di dichiarare bancarotta ma per riuscire, ancora una volta a sfruttare la situazione e provare a recuperare in parte quanto ormai perduto.
Situazione scomoda che ha praticamente costretto il governatore della Banca Centrale di Reykjavik, David Oddsson pur orgogliosissimo della propria indipendenza, ad accettare l'onta dell'aiuto che viene dall'estero. Solidarietà indigesta ma necessaria. «Siamo nella tempesta» aveva dichiarato ad aprile 2008. Dall'inizio dell'anno la krona, la moneta nazionale, ha perso oltre il 35% del proprio valore.
La prima a rispondere è stata la Russia con 4 miliardi di euro. Non si conoscono i dettagli dell’accordo, ma ovviamente, essendo l’Islanda membro della NATO, la contropartita dovrà essere alta, si parla anche della possibile installazione di una base militare sull’isola.
Ha fatto seguito il Fondo Monetario Internazionale con una somma che si aggira intorno ai due miliardi di euro, di cui una parte cospicua subito disponibile e il resto differito in 8 rate.
Anche le piccole Isole Faer Oer, legate all’Islanda da vincoli speciali, hanno voluto contribuire con un finanziamento di 40 milioni di euro, mentre Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca hanno deciso di prestare 1,98 miliardi di euro.
La Gran Bretagna, dopo la decisione di ricorrere alla legge anti-terrorismo, sembra decisa a scongelare i fondi e a riconciliarsi col paese dei ghiacci, avanzando anche da parte sua la possibilità di un prestito.
Lo stesso Ministro delle finanze Martti Hetemaki ha confermato la notizia parlando di 5 miliardi stanziati da Germania, Regno Unito e Paesi Bassi e vincolati al pagamento dei correntisti esteri.
Mentre dunque gli aiuti del FMI e degli altri paesi serviranno per soccorrere l’economia islandese, questi 5 miliardi saranno destinati a salvare gli investimenti dei cittadini tedeschi, britannici e olandesi.
Nello specifico l’Olanda presterà 1,3 miliardi di euro, il regno Unito dovrebbe stanziare una somma variabile dai 2 ai 3 miliardi, mentre la Germania dovrebbe coprire il resto.
L’obiettivo finale è la stabilizzazione della Krona islandese.
L'Islanda dei sapori arcaici (piatto nazionale l'hakarl, squalo marcio sepolto per tre mesi sotto terra) adesso è sotto i riflettori per lo stato delle sue banche.
Appare strano, sapere che i campioni dell'energia pulita (l'80% del fabbisogno da fonti rinnovabili) sotto la lente delle agenzie di rating.
La crisi comunque, anche secondo il parere del primo ministro islandese Haarde, dovrebbe continuare nel 2009, forse persino aggravandosi. Secondo Sandgren, direttore del mercato monetario, l’Islanda dovrebbe però riprendersi nel giro di pochi anni, potendo contare su una forza lavoro altamente qualificata e su un potenziale energetico di tutto rispetto. Una situazione economica dal torbido futuro e un paese che nonostante stia cercando di correre ai ripari, si ritrova con un tasso di disoccupazione mai visti e una moneta locale che non vale più nulla.

Il caso del Belgio e in particolare il fallimento della banca nazionale FORTIS rappresenta ancor più un esempio di intreccio economico-finanziario con i governi degli stati. Con accordi economici stipulati anche al di fuori degli stati stessi.
Il Belgio, attualmente si trova a ricorrere ai ripari a causa delle dimissioni del suo premier, Yves Le Terme. Insediato il 20 marzo scorso, dopo una lunghissima crisi di governo, l'esecutivo Le Terme, non ha retto all'accusa, confermata dalla corte di cassazione, di aver cercato di condizionare i giudici chiamati a decidere sulla vendita della Banca Fortis.
Tutto era cominciato il settembre scorso quando il gigante Fortis, prima banca belga e numero due dei paesi baschi, ha scoperto i propri conti in rosso. Effetto immediato della crisi finanziaria partita dagli Stati Uniti. Bisognava agire subito: era a rischio il sistema paese.
Il premier Belga si mette al timone della ricapitalizzazione di Fortis, coordinata dagli stati del Benelux. All'intervento di soccorso della banca franco-belga, partecipano con aiuti statali, la Francia, Belgio e Lussemburgo. L'azione è stata rapida, forse troppo e infatti dopo il primi plausi cominciano le critiche. Il premier è accusato di svendere i gioielli di famiglia mentre contemporaneamente vengono annunciate il taglio delle sedi di Fortis in Belgio e la cessione al gruppo francese BNP PARIBAS.
Ai piccoli azionisti, sul piede di guerra perchè nel passaggio hanno perso tutto, a sorpresa la corte d'appello da loro ragione e la cessione di Fortis viene congelata. I sospetti di pressioni governative presso i giudici perchè tutto andasse in porto, gettano un'ombra sul governo e il primo a dimettersi è stato subito il ministro di giustizia Jo Vandeurzen.
In seguito la sentenza della Suprema Giurisdizione conferma i sospetti. E' l'ultimo atto che porta alle dimissioni del premier belga.

Continua …

 

 

 

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