lunedì 20 agosto 2018   
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editoriale » I sogni in un pallone bucato  

Lo scandalo che ha stritolato la passione ha radici lontane

I sogni in un pallone bucato
Ermanno Bugamelli

Molti anni or sono, quando avevo l’età da ragazzino, parlare di calcio era sinonimo di frivolezza. Le notizie dal mondo del pallone avevano un sapore leggero che si estraniava da tutto il resto. Gli uomini di cultura e politica, affrontavano l’argomento solo per staccare la spina, per allungare un piede in una zona franca. Prestavano estrema attenzione a rimanervi a distanza di sicurezza in tutti gli altri casi, per non essere tacciati di superficialità e scarsa serietà. Magari sfruttavano l’eco degli eventi più altisonanti per fini di immagine ma non si andava oltre.

Crescendo, per molti anni, discutere delle faccende calcistiche, sfottere l’amico sulle disavventure della sua squadra o esaltare le glorie della propria, diventava un modo per conservare camere di fanciullezza nel sempre più severo condominio dell’esistenza.

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Poi qualcosa è cambiato. Prima lentamente, senza capire nemmeno cosa e perché rendesse tutto meno divertente, meno capace di conservare il disincanto della giocosità. Incolpavo la vita, lo smarrire il dono di sapersi divertire con semplicità, gravato da pensieri pesanti e ombrosi.

Motivazione personalmente plausibile, ma non bastava a giustificare una sensazione diffusa.

Una percezione che divenne essenza concreta, un processo che è poi accelerato negli ultimi anni, fino all’esplosione mediatica roboante e distruttiva di calciopoli la scorsa primavera.

Tutto ciò che è emerso ha superato abbondantemente ogni fantasia. Le tante discussioni con amici e colleghi prolungate negli anni, divertenti e canzonatorie, vengono stritolate da una evidenza capace di ferire a morte la passione sportiva.

Anche i tifosi più sospettosi, coloro che da tempo denunciavano situazioni ambigue, hanno dovuto confessare di non aver mai immaginato un fenomeno tanto criminoso e radicato nel sistema. Io nell’intimo mi sono sentito uno stupido. Da anni nutrivo una passione per un gioco marcio fino al midollo.

Mi ritenevo capace di non fermarmi all’apparenza ma mi sbagliavo.

Ancorato com’ero all’ ingenua illusione che le mille maldicenze che per anni ho ascoltato sulla mia squadra del cuore, la Juventus, fossero il frutto di invidia per chi ha vinto tanto, come si trattasse di una valanga di rifiuti che una volta differenziati ci consegnavano un ambiente alterato ma non marcio, ho chiuso gli occhi e mi sono tappato il naso.

Rabbia, indignazione, disillusione e fame di sapere sono state le reazioni. Irritazione che è cresciuta nello scoprire che tantissimo di ciò che era emerso arrivava da lontano, annunciato da tempo, esteso ben oltre il caso juve, denunciato da poche ma oneste e inascoltate voci del giornalismo.

Tra tutte queste ho scelto quella di Oliviero Beha attraverso un suo libro (scritto a quattro mani con Andrea Di Caro): “Indagine sul calcio”.

Pubblicato nel maggio del 2006, quindi poche settimane prima lo scoppio di “calciopoli” e alla vigilia dei vittoriosi mondiali di Germania, assume un valore aggiunto per la capacità di trattare in anticipo sui tempi, tanti dei numerosi aspetti che diverranno di lì a breve, oggetto di cronaca. Ripercorrendo la storia di questo sport dal post mondiale di Spagna del 1982, fino alla vigilia di Germania 2006, compie un accurato percorso sulle vicende del calcio italico, fotografando di volta in volta il contesto politico e sociale del momento.

Un sistema che ha subito una degenerazione progressiva e il contributo di molti personaggi che dal mondo politico e dell’imprenditoria sono “scesi in campo” verso l’ambiente calcio, è stato determinante in questo senso. Nell’ultimo ventennio il mondo pallonaro è stato trasformato in un’industria con il trasferimento di tutte le applicazioni che la regolano. Le società diventano aziende, gestite da manager,quotate in borsa, con un bilancio a cui rendere conto. Il disegno del nuovo calcio mira a trasferire lo spettatore dalle tribune ai salotti, perché i diritti tv sono la fonte d’introiti più ghiotta.

A questo aggiungiamo il degrado dei valori morali ed etici. L’onestà e il rispetto delle regole divengono attributi degradanti, adottati quasi a sminuire l’abilità dei professionisti che tentano disperatamente di rimanervi aggrappati.

La storia si addensa di episodi con partite vendute, bilanci truccati, giocatori dopati, arbitri corrotti. Nessuna squadra di vertice rimane immune, ma nemmeno per tante di secondo piano il destino è diverso. Si è innescato un gioco vizioso al rialzo, dove i risultati sono legati al profitto e per vincere si ricorre a tutto il praticabile. Le tecniche si affinano e vengono applicate con criteri scientifici. Rapidamente chi anche intende continuare a giocare in modo pulito, si trova in condizione d’inferiorità. La scelta per questi è obbligata: o accetti le nuove regole per restare competitivo o abbandoni. La variante “denuncia” non è percorribile. Chi parla viene automaticamente escluso e la connivenza tra chi gestisce il potere e gli organi di controllo, garantisce un rassicurante filtro che taglia le voci fuori dal coro.

Il legame tra successi o insuccessi sportivi di diverse squadre e l’andamento delle grandi aziende ivi legate, con i relativi obbiettivi commerciali è stretto. In alcune vicende l’intrigo s’infittisce fino a sfiorare l’ambito della criminalità organizzata collusa alla politica.

Con questi strumenti il lettore potrà attraverso le dichiarazioni dei protagonisti, documenti processuali, veline d’agenzia, ricostruzione di avvenimenti storici, ricomporre un quadro veramente avvilente ma appassionante come un romanzo per le sfumature impensabili se legate a “semplici partite di pallone”. Potrà forse, armarsi di una nuova spiegazione per vittorie o sconfitte sospette, per rileggere il corso di ere calcistiche legate a nomi divenuti poi celebri a tutti e non per meriti sportivi.

Un libro dedicato ai tifosi, agli sportivi, ma soprattutto a chiunque abbia fame di verità e sia stanco di essere solo un bovino da foraggiare. Un documento utile non ad annullare la passione per questo sport bellissimo, ma per contribuire alla nascita di una nuova generazione di sportivi capace di ragionare e scegliere con autonomia e trasformarsi in un elemento attivo per influire come utente, sulle scelte future del sistema.

Oliviero Beha è un giornalista di successo, scrittore, autore di programmi televisivi e radiofonici. Una voce autorevole e indipendente che gli sportivi di buona memoria ricordano per aver denunciato come sospetto, il pareggio tra Italia e Camerun ai mondiali di Spagna. Nonostante gli indizi a sua disposizione fossero quanto meno significativi, venne subissato d’insulti popolari per aver oltraggiato con le ombre della combine il trionfo azzurro ai campionati del 1982.

A mesi di distanza il polverone su “Calciopoli” si è posato e la percezione collettiva confluisce in una complessiva sensazione di giustizia sommaria e rapida, resa necessaria per non dover distruggere totalmente il giocattolo con la rinuncia degli annessi ricavi. Hanno pagato in pochi e troppo poco se ripensiamo alla gravità dei reati commessi.

I dati inerenti a spettatori negli stadi e abbonamenti alle svariate formule di pay tv, sembrano convergere su di un distacco verso questo sport. Forse un fenomeno transitorio, che paga lo scotto di uno scandalo ancora troppo recente. Forse.

Certo che la precisa volontà di cambiamento tanto sventolata in estate, non può ritenersi accettabile se i “nomi nuovi” sono quelli di Antonio Matarrese a presidente di Lega. Un ambiente che dopo la parentesi d’entusiasmo dei mondiali teutonici, fatica nel cambiare direzione, nel fornire un trasparente e sincero slancio a cambiare pagina, a darsi regole nuove. Il lavoro di Luca Pancalli in veste di super Commissario della Federcalcio non sarà semplice, ma pare ottenere i primi ufficiosi consensi. I suoi trascorsi di alto dirigente della Federazione dello sport disabile, sono una iniezione di aria fresca per chi ancora spera in un calcio almeno capace di reggersi su regolamenti in grado di definirsi “normali” in base ai comuni principi del buon senso.

Il fenomeno calcio è stato sviscerato da fior di sociologi. Il suo successo planetario in grado di contagiare genti di ogni razza, religione, costume, è da ricercare in quella alchimia che consente a chiunque d’identificarsi nelle divise e i volti dei protagonisti, attraverso poche semplici regole. Una trasposizione che permette di sognare, a qualsiasi età, senza barriere. Ci sono gli eccessi, le deviazioni, ma come in ogni ambito.

Una passione che aiuta a sognare, in modo sano, depurata dalla becera violenza, merita ai vertici uomini migliori del suo recente passato.

E’ ora che questo sport venga riconsegnato a coloro che lo amano, ragazzi o adulti che siano, perché chi lo ama davvero conosce la formula per conservarlo compagno di giochi e di sogni per sempre.

Senza calcio si può anche vivere.

Senza i sogni no.

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