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editoriale » La crisi delle ceramiche IRIS  
CERAMICHE IRIS
Quando sfruttare la crisi conviene

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Negli ultimi mesi in provincia di Reggio Emilia, più precisamente nel comprensorio ceramico, una tra le più importanti aziende di questo settore, comunica per voce del suo proprietario Romano Minozzi, di mettere in liquidazione l'Iris e licenziare 780 lavoratori.

Da subito appare come una mossa studiata a tavolino. Sarà anche vero, come ha detto Minozzi per giustificare la sua decisione, che per l'industria italiana è cominciata l'era glaciale, ma a guardare bilanci, conti correnti e dossier titoli delle sue aziende la cosa appare assai strana.

Presso le banche con cui lavora il gruppo ceramico ci sono dossier in titoli di stato intestati all'Iris per quasi 70 milioni di euro: 61 milioni in Bot e 8 in Cct. In più, ci sono dossier in titoli azionari per complessivi 158 milioni di euro. Tra il 2007 e il 2008 l'Iris ha investito 130 milioni in azioni Intesa Sanpaolo ai quali vanno aggiunti oltre 27 milioni di euro in azioni Snam, Enel, Telecom, Granitifiandre e Unicredit. In più, ci sono disponibilità liquide depositate su diversi conti correnti per complessivi 14 milioni di euro. A conti fatti, insomma, la liquidità del gruppo Iris immobilizzata o immediatamente disponibile supera i 240 milioni di euro. Niente male per un'azienda che stava per portare i libri in tribunale.

Allora perché tanto trambusto? Basti, per essere più precisi, costatare come il dott. Mingozzi ha impiegato in Borsa una parte così significativa della liquidità aziendale: oltre a una minusvalenza di 70 milioni di euro sui titoli Intesa Sanpaolo, l'Iris sconta perdite potenziali per 6-7 milioni di euro sugli altri investimenti azionari. In pratica come affermato dal segretario provinciale ceramisti della CGIL, Luca Chiesi: ”Pensiamo che l'Iris probabilmente ha bruciato 70 milioni di fondi aziendali in questa operazione, anziché investirli nelle attività di ricerca e sviluppo”.

Può bastare allora questo per giustificare la chiusura?
Non lo crediamo anche perché a Minozzi, che è anche proprietario delle ceramiche Granitifiandre e Ariostea, non mancano certo le risorse per far fronte alla sua crisi.
Le tre finanziarie lussemburghesi che stanno al vertice del suo impero - Laude, Fortifer e C.F.I. - hanno un attivo di 300 milioni di euro. StonePeak, la società chiave per gli interessi di Minozzi negli Stati Uniti, ha un capitale sociale di 123 milioni di dollari: 5 volte quello di Granitifiandre. Lo stabilimento è nel Tennessee, ma la società è stata registrata nel Delaware, paradiso fiscale sulla Costa atlantica.
Alla luce di tutto questo dobbiamo concludere che il furbo Minozzi ha partorito questa operazione decidendo lucidamente di drammatizzare la situazione con la messa in liquidazione della società, con l'obiettivo di affrontare la trattativa sulla ristrutturazione del gruppo da una posizione di forza. Bene fanno i sindacati ad impedirgli di chiudere e di pretendere che la ristrutturazione, se necessaria, sia eseguita senza licenziare nessuno. Accettare che una società con tali profitti operi senza rendere conto ad alcuno, permetterebbe un precedente assai pericoloso per la tenuta stessa della nostra economia locale e nazionale.



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