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editoriale » PdL di Modena contro l'immigrazione  
IL PdL DI MODENA SU IMMIGRAZIONE:
“TRADIZIONI CULTURALI BARBARE”

di Enrico Gatti

Il 7 ottobre 2010, viene presentato in consiglio comunale a Modena un documento sottoscritto dagli esponenti del centro destra in cui si prende in esame il problema immigrazione.
I consiglieri Morandi, Pellacani, Vecchi e l’intero gruppo PDL rilanciano la dura lotta agli stranieri sfruttando scolasticamente l’eco emozionale legato all’omicidio avvenuto a Novi tra i membri di una famiglia musulmana.
Il documento denuncia l’episodio che ha “suscitato orrore e rabbia nei confronti di costoro che si comportano come animali”, critica duramente un “multiculturalismo senza controllo e senza regole” causa di “un forte malessere sociale” e sottolinea come “
queste tradizioni culturali sono barbare e devono essere combattute nel mondo globale, ma anche e soprattutto a casa nostra”.
Ciò che emerge fin dalle prime righe è a mio avviso una logica sbagliata che mal definisce il concetto di multiculturalismo. Quello a cui si fa riferimento nell’ordine del giorno è identificabile piuttosto con la paura di un relativismo culturale che metta in crisi la nostra società. A questo proposito trovo particolarmente interessanti le posizioni di  Allan Bloom che, nel suo La chiusura della mente americana, parte dal concetto di etnocentrismo arrivando a definire dannoso per la società un modello basato proprio sul relativismo culturale. Bloom afferma che ogni cultura è inevitabilmente etnocentrica. Risulta quindi necessario per tutte le società ritenersi migliori delle altre al fine di valorizzare i modelli di comportamento costituiti per il bene della società stessa. In presenza di un relativismo culturale, che nega l’esistenza di verità assolute, si arriverebbe al completo nichilismo di valori e principi su cui poggia l’esistenza della comunità.
Secondo questo approccio sembrerebbe dunque impossibile una convivenza di due o più culture differenti e quindi assurda anche l’ipotesi di una società multietnica.
Una via di uscita si può ricercare nel modello multiculturale. Il termine multiculturalismo, infatti, fa riferimento ad una società  ideale dove più culture possono convivere rispettandosi reciprocamente. Considerato l’etnocentrismo come inevitabile fattore per la sopravvivenza della cultura, risulta perciò impossibile sia sperare in una fusione delle varie culture, sia prevedere una convivenza con l’eliminazione di una della due.
Ecco dunque l’importanza di un dialogo culturale basato sulla comprensione, e non sulla contaminazione.
Wallace, nel suo discorso per il conferimento delle lauree tenuto al Kenyon College nel Maggio del 2005, definisce la vera cultura come la libertà di decidere in che modo vedere le cose. Riuscire a pensare per un attimo in modo diverso da quello che dovremmo pensare in quella situazione; immedesimarsi nell’altro per comprendere i motivi delle sue azioni. Ritengo questo l’unico modo per garantire la vera convivenza, basata su un dialogo che permette il confronto e l’accettazione del diverso nel pieno della propria identità. Detto ciò, l’attenzione si sposta ora sulla società che accoglie, e sulla solidità della sua identità con l’incognita di poter giocare alla pari in questo confronto. Forse una società che perde i suoi riferimenti, sociali e morali, è anche più debole nel dialogo con le altre culture che diventano infine una vera e propria minaccia. Ma questa è un’altra storia.
Ritornando al documento, la semplicità di approccio ad un problema così serio risulta politicante scorretta e poco credibile. La diversità culturale non potrà mai essere considerata reato. Reati sono quelli previsti dalla legge e valgono per tutti i cittadini della comunità, stranieri e non.
Ecco la seconda trappola in cui si cade spesso. Come i consiglieri hanno dimostrato, c’è la tendenza ad indignarsi maggiormente per la causa del delitto che non per il gesto criminale. Il reato rimane l’omicidio, indipendentemente dal movente e se la giustizia funziona verrà punito di conseguenza, senza bisogno dell’aggravante ideologica. E’ più grave un omicidio per richiesta di indipendenza o per lite amorosa o per denaro? E qual è la frequenza dei secondi rispetto ai primi?
Imbarazzante inoltre il passaggio che identifica i matrimoni combinati come simbolo di barbarie della cultura musulmana: “
l’imposizione dei matrimoni combinati, nel principio che sono i padri a scegliere i mariti senza alcun rispetto delle figlie che vorrebbero per legge
naturale accompagnarsi all’uomo che amano
”. Abbastanza rischioso considerate le abitudini coniugali italiane fino a trent’anni fa, soprattutto nel meridione. A ulteriore conferma dell’etnocentrismo sopracitato è il riferimento alla legge naturale, definibile tale solo da un determinato punto di vista ritenuto in partenza superiore agli altri. In natura l’unica legge, è che non c’è una legge.
In conclusione arrivano a gran voce le soluzioni che i signori in questione ritengono così costruttive da doverle porre all’attenzione dei cittadini. Peccato che abbiano applicabilità alla pari dell’idea di cementificare l’intero oceano pacifico per prevenire gli tsunami. Si legge di tutto, dall’obbligatorietà dei corsi di italiano e costituzione con tanto di esame finale e monitoraggio periodico, all’espulsione dai confini territoriali del comune.
Tutto sommato un altro bell’esempio di politica intestinale. Emozioni facili a rapida presa, slogan dozzinali, provvedimenti spudorati senza nemmeno una parvenza formale di utilità. L’immagine migliore di una propaganda incolta che richiama, senza vergognarsene, paragoni poco gratificanti con teste calve e pronunciate mascelle.
Chi si indigna alla fine sono sempre i soliti e forse sempre qualcuno in più.

 Testo completo del documento presentato.


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