domenica 19 agosto 2018   
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editoriale » Ritorno a Genova  
RITORNO A GENOVA
Boris

Sin dalle prime luci del mattino questa città mostrava tutta la sua bellezza. Il sole illuminava le case d'antica fattura che affacciandosi sul lungo porto, sembrano quasi abbracciarlo. Quanta storia è passata tra queste banchine oggi ormai in mano a multinazionali del trasporto. Lotte di camalli per il diritto ad un lavoro faticoso e di un popolo della città del porto, che tutto vuole e nulla è disposta a concedere. Un mondo intero disseminato tra vicoli e affranti dove il rispetto domina incontrastato sulla conoscenza.

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Non è un sabato qualunque questo. E' un giorno in cui sono tornati in largo Caricamento, gli uomini e donne che quel tragico luglio 2001 vennero in questa città per urlare ai potenti della terra il loro disappunto. Un urlo che partiva dal cuore e che come mai era successo, aveva i colori della Pace e un'unica parola d'ordine: vogliamo un mondo migliore. Uno slogan solo forse per alcuni, ma una questione di vita o di morte per altri. Come per Carlo Giuliani.

Abbiamo ampiamente ricordato nei nostri speciali, cosa avvenne quel giorno e con quanta violenza quel grido di giustizia fu soffocato e reso inascoltato. Una violenza gratuita esercitata da chi quel giorno, doveva dimostrare al mondo dei potenti, intransigenza e capacità di controllare e reprimere qualunque opposizione.

Altro non può essere definito, soprattutto dopo la bocciatura, da parte del parlamento, di una commissione d'inchiesta su quei giorni e la precedente promozione da parte anche del governo di Centro Sinistra, dei vertici delle forze dell'ordine che in quei giorni coordinarono le operazioni di repressione.

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Sono in tanti oggi a Genova. Uno striscione apre il corteo con la scritta “la storia siamo noi”. Dietro il popolo che dice basta all'impunità delle forze dell'ordine. Nessuna bandiera di partito è permessa. Nessuna strumentalizzazione da parte delle forze politiche è concessa. I loro volti contratti esprimono solo sdegno per uno stato-partitico che pretende il rispetto per se e per le sue forze dell'ordine, senza ammettere i propri errori o punire in modo esemplare, chi disonora la divisa che indossa. Uomini non figli della repubblica democratica nata dalla resistenza, che hanno giurato di servire, ma di quell'Italia fascista, corrotta e violenta che purtroppo dal 45' ad oggi agisce incontrastata.

Alcuni carri portano con se musica e speaker politici lanciano slogan. Alcuni reagiscono con cori di risposta ma la maggior parte resta in silenzio. Non c'è più quell'aria di festa che aveva globalmente coinvolto tutti e caratterizzava questo tipo di manifestazione. Il silenzio lontano dai camion era tanto. Un silenzio, che come un urlo soffocato, ti sovrasta a bocca aperta. Un ardore sotto le braci spente, che ha il colore rosso del sangue e del tramonto che mentre sviliamo, ancora oggi colora il porto all'imbrunire.

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