sabato 17 novembre 2018   
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editoriale » Una ghiotta occasione  
CRISI ECONOMICA MONDIALE

UNA GHIOTTA OCCASIONE

di Boris


1° - 2° e 3° parte (leggi)


4° Parte

Le “Tigri asiatiche” dalle unghie spezzate.
Anche nei paesi asiatici le cose non vanno meglio. Tralasciando i vari mercati in via di sviluppo come Corea del Sud, Vietnam, Thailandia, Indonesia etc. dove lo sviluppo economico va di pari passo con l'accentuazione della suddivisione della ricchezza tra le varie classi e il progressivo aumento della diminuzione di democrazia, uno sguardo va soprattutto rivolto alla Cina, al Giappone e al futuro colosso economico: la grande India. 
Anche in questi paesi la crisi comincia a lasciare i propri segni, soprattutto perché il valore d’esportazione, su cui si basa principalmente il loro reale sviluppo economico, è praticamente crollato. Correttamente non è possibile parlare di Cina, Giappone allo stesso modo dell’India perché diverse sono, non solo gli sviluppi capitalistici di quei paese ma anche le culture e l’organizzazione sociale.

Per quanto riguarda la Cina, che ormai da tempo vede il proprio Prodotto Interno Lordo (P.I.L.) viaggiare a ritmi per noi inimmaginabili, l’arresto è stato brutale. Per la prima volta da decenni si parla di licenziamenti indiscriminati che posso causare alcuni problemi, se non si ricorrerà ai ripari, di ordine sociale. Per non parlare del problema dei suoi lavoratori sparsi per l’Europa che si trovano in difficoltà a causa della crisi globale.

Emblematico è il caso della Romania dove numerosi lavoratori cinesi sono in piazza al freddo per protestare per il mancato pagamento degli stipendi da parte degli imprenditori rumeni. Questi immigrati erano stati richiamati a causa di una vera e propria fuga di mano d’opera degli autoctoni incentivata dal riconoscimento della Romania come membro dell’Unione. Una manovalanza che decide di abbandonare il proprio paese nativo, stanca di lavorare come i concittadini europei e pagati meno della metà di loro, per produrre prodotti poi rivenduti negli altri paesi a prezzi di gran lunga superiori al loro reale costo.

Anche se la nostra conoscenza riguardo a quello che realmente avviene in Cina è piuttosto scarsa, di una cosa siamo certi: il pericolo che le continue emergenti proteste dei contadini possano unirsi a masse di lavoratori licenziati è molto forte. Non dimentichiamo che la cultura maoista, usata in modo strumentale dall’attuale regime, ha lasciato segni profondi sui fondamentali principi sociali di quel paese. Non tanto in chiave comunista rivoluzionaria, ma in relazione al rapporto tra i sui cittadini stessi. Un  pericolo di cui il regime non può certamente sottovalutare e che lo costringerà, per assicurare stabilità al regime e superare l’attuale crisi, ad accentuare la repressione e attuare ulteriori trasformazioni sociali. Il tutto al costo anche di devastanti contributi ambientali.

Un'altra possibilità meno cruenta, al contrario di noi europei, la potrebbe avere: cominciare a distribuire sviluppo e ricchezza, anche se a breve ne dubitiamo, all’enorme mercato interno che nessun altro stato può permettersi. Produrre per se stessi e non più solo per esportare. Una soluzione questa a cui il governo cinese, correrà solo se soffocato dai crediti per ora non recuperati, forniti al governo Americano. Non dimentichiamo che la maggior parte dei titoli di stato USA sono stati acquistati dal governo Cinese.
Il governo cinese, comunque, per il momento non appare per nulla preoccupato. Tanto che ha annunciato di essere pronta ad aiutare Taiwan nel caso in cui la crisi continui a rendere difficile l'economia di quel paese.

In India le cose sono assai più complicate. Non solo per le radici religiose e sociali che ne caratterizzano lo sviluppo ma anche per l’enorme divario culturali esistenti tra i grandi centri di sviluppo semileuropee e le popolazioni analfabete rurali.
Un colosso dai piedi d’argilla dove i conflitti con i paesi vicini, come il Pakistan o le tensioni della regione del Kshmir, possono essere utilizzate a piacere dalle forze economiche internazionali, come America, Russia e Cina, per condizionare possibili ed eccessivi sviluppi. Gli attentati agli alberghi di Monbai ne sono un esempio. Tutto è possibile fare per fronteggiare la possibile concorrenza. Del resto secoli di colonialismo non hanno forse insegnato qualcosa?

Sovrabbondanza e crisi dell’auto
La crisi mondiale  in atto “non risparmierà nessuno”, dissero alcuni grandi della finanza e non a caso le ripercussioni sulla popolazione non si sono fatti attendere. Lascia alquanto perplessi però le modalità con cui tale crisi si sia estesa.
E’ rivelatore lo strano modo in cui alla scoperta della mancata copertura dei titoli azionari investit, abbia immediatamente seguito una crisi di liquidità e un arresto repentino dei consumi e delle produzioni. Un sospensione che evidenzia la natura sociale di questa crisi. Una crisi di  sovraproduttività di beni di consumo, accentuata da una eccessiva facilità di accesso al credito e parallelamente alla progressiva riduzione del potere salariale. Questo è uno dei punti fondamentali su cui dovremmo riflettere.
Ma soffermiamoci prima sulla questione “sovrapproduzione”. Una domanda a cui dovrebbero rispondere i grandi del G20 è se non ritengono che la progressiva ed esasperata ricerca di continua crescita, non sia la base fondante della crisi che ha bloccato le strutture produttive mondiali. 

Prendiamo per esempio il settore dell’auto (FIAT) e una nazione europea (Italia).
In questo paese la produzione di autovetture ha caratterizzato in buona parte, oltre a quella edilizia, la radice economica dell’Italia. Una ragione produttiva ed economica che sulla ridistribuzione del reddito rivendicato dai lavoratori durante le lotte degli anni 60’ – 70’, consentiva alla popolazione di mantenere un giusto equilibrio tra crescita economica individuale e stabilità occupazionale. Un sistema che ha retto per tutti gli anni 80’ al termine dei quali, come abbiamo visto precedentemente, inizia una nuova era economica mondiale. Il mercato comincia progressivamente a saturarsi al suo interno e la ricerca di nuovi acquirenti e sopratutto di grandi profitti, sospinge la grande casa automobilistica nazionale, ad investire all'estero. Sono gli anni di ingenti investimenti in Polonia,  Russia e Sud America. Parola d'ordine costruire a poco per vendere al prezzo di mercato nazionale.  Un meccanismo di sviluppo perverso che di fatto ha posto la Fiat in una condizione di facile ricatto nei confronti dei governi italiani che con il passare degli anni si sono susseguiti. Il metodo migliore per ottenere finanziamenti.
Da qui le manovre di incentivazioni di stato alla rottamazione e alla saturazione di un mercato che avrebbe potuto reggersi per tempo. Una manovra miope e priva di prospettive future che ha condotto il nostro paese in meno di otto anni alla saturazione. Ovvero si è venduto, anche con la scusa del rispetto dell’ambiente, in un breve lasso di tempo, un volume di autovetture che sarebbe stato possibile vendere in almeno venti anni. E ora pronti noi a pagare con le casse dello stato, cassa integrazione a pioggia o espulsioni gratuite di lavoratori a tempo determinato.

Negli Stati Uniti si è andati anche oltre. Il governo americano ha stanziato infatti, diciassette miliardi di dollari per il salvataggio di CHRYSLER e GENERAL MOTORS. Un prestito che sarà  concesso solo se, a dire del nuovo presidente Obama, porterà non solo a ristrutturare ma anche a nuovi posti di lavoro. Un sostegno concesso per un periodo limitato, in modo che le società automobilistiche possano fare delle scelte importanti che porti a una redditività a lungo termine.
Il piano degli aiuti prevede lo stanziamento di 13,4 miliardi di dollari, e altre tre tranche a condizione che sia previsto un allineamento delle retribuzioni dei lavoratori a quelli delle aziende straniere presenti sul territorio nazionale e limiti ai compensi dei dirigenti.
Ma non era il paese del libero mercato e della non ingerenza dello stato?

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