domenica 18 novembre 2018   
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editoriale » Una gloriosa sconfitta  

UNA GLORIOSA SCONFITTA
di Flavio Novara


Dopo Pomigliano ora anche a Mirafiori abbiamo un nuovo contratto, fuori delle regole non tacite che sino ad oggi hanno regolato i rapporti sindacali nel nostro paese, un accordo che in chiave neo-moderna e neo-globalizzata ripropone il rapporto tra lavoratore e datore di lavoro in netta sudditanza il primo nei confronti del secondo. Lo stesso schematismo di tempi che qualcuno pensava superati: padroni e operai.
Il luogo è sempre lo stesso della sconfitta negli anni 80’ del sindacato e di quella sinistra che dell’appoggio alle mobilitazioni precedentemente avvenute, costruirono un'opposizione nel nostro paese. Ma lo scenario sia economico che sociale questa volta è assai diverso.

Questo referendum, anche se sarebbe propriamente corretto chiamare Ricatto, sancisce una svolta epocale. Per la prima volta dal primo dopoguerra, attraverso la riorganizzazione aziendale e la crisi economica mondiale, si utilizza l’abbassamento delle garanzie di tutela per i lavoratori e l’aumento dei ritmi e dell’orario di lavoro, per sopperire alla mancanza di progettualità qualificata e di una qualità del prodotto degna per competere nei mercati ormai globalizzati.
In questi mesi nessuno del gruppo dirigente della più importante fabbrica italiana di autovetture, ha parlato di Qualità ne realmente di piani concreti di rilancio. Si è solo accusato un'improduttività che certamente in Italia si assesta su 23 auto anno per lavoratore, a fronte di 100 vetture per un polacco e 79 per un brasiliano, attribuita con troppa semplicità sull’assenteismo dei lavoratori, nascondendo, di fatto, una totale incapacità organizzativa dell’attuale gruppo dirigente.
Al contrario, invece, si è chiesto di accettare “senza se e senza ma” quanto richiesto. Pena la perdita del lavoro.

Se si pensa che il SI ha vinto con 410 voti in più (tot. 54%) sugli oltre 5.000 aventi diritti, di cui 450 impiegati suddivisi il 300 capi reparto e 40 di addetti al Personale, qualche considerazione va fatta. Significa che queste persone si sono prese il lusso di decidere che gli operai in catena di montaggio debbano lavorare per un intero turno senza pause. A volte anche sino a 10 ore giornaliere. Se ad esempio, scorporiamo il dato confrontandolo solo nei reparti produttivi, lo scarto si riduce a + 9, il che significa che buona parte dei lavoratori non ritiene giusto questo contratto, ma lo subisce come un vero e proprio ricatto.

In questo contesto, il risultato referendario ha sicuramente evidenziato alcuni profondi limiti non solo politici ma anche sindacali.
CISL e UIL con questa firma hanno definitivamente confermato che il punto fondamentale non è il lavoro in quanto diritto ma in quanto generatore di profitto neanche equamente distribuito tra i lavoratori a pari segmento produttivo e mansionario. Come il diritto di avere un lavoro degno e neanche giustamente retribuito anche a costo di sacrificare diritti personali e familiari. Anche perché i due segretari di CISL e UIL mi devono spiegare come è possibile parlare di tutela per la famiglia, quando i genitori saranno asserviti solo alle esigenze aziendali e produttive.
Con la firma di quell’accordo, CISL e UIL una scelta l’hanno fatta ben chiara ed è quella di “partecipare al banchetto” dei patti in deroga, dei concorsi per disoccupati, per la gestione degli uffici di collocamento e delle consulenze amministrative. Un bel bottino che drenerà dagli enti locali ed aziendali direttamente nelle loro casse. Non due sindacati ma due nuove agenzie al servizio dei lavoratori dipendenti. Obiettivo questo ottenibile solo sottoscrivendo patti con il presente governo e diventando definitivamente un sindacato aziendale che gode di credibilità solo in funzione dell’eliminazione della FIOM e della sudditanza dell’attuale CGIL.
Il progetto di questi due sindacati e dell’attuale governo è proprio quello, dopo la scomparsa della sinistra antagonista dal parlamento, di eliminare la CGIL, il più grande sindacato nazionale dal mondo del lavoro.

In casa CGIL però non è che le cose vadano meglio e i nodi e i contrasti non sciolti con il precedente congresso ora imploderanno senza esclusione di colpi.
E’, infatti, da questo risultato che la segretaria Camuso dovrà partire e come Marchionne entrambi dovranno prendere in considerazione che il 46% dei lavoratori non vogliono quel contratto.
La prima non può permettersi con superficialità, come purtroppo a fatto, di ignorare quel voto chiedendo al segretario Landini della FIOM di mettere una firma tecnica in modo da poter entrare in fabbrica. Come se quella firma non significasse la vanificazione di tutti gli sforzi sino ad oggi fatti per provare a ricostruire una nuova classe di lavoratori che chiedono al sindacato di difenderli.
Un sindacato di categoria che dopo anni di battaglie militanti forse non avrà vinto il referendum ma può considerare questa, una gloriosa sconfitta da cui cominciare.
La battaglia oggi della CGIL, pena la sua scomparsa o la scissione della Fiom, dovrebbe essere un’altra; spetterebbe mobilitarsi al più presto per promuovere la riapertura delle trattative e l’accettazione in fabbrica dei suoi delegati. Anche a costo di uno sciopero generale.
O oggi la CGIL riesce a riappropriarsi della legittimità della contrattazione a Mirafiori come in tutto il futuro Gruppo Fiat o presto sarà fuori anche dalle altre categorie. Soprattutto dopo l’annuncio di Marchionne subito dopo l’esito delle votazioni, di rientrare sotto l’ala protettiva dell’aquila di Confindustria che non vede l’ora di esportare in altri gruppi, esempio quello della chimica, quel tipo di accordo.

Marchionne, anche se ostenta sicurezza ha ben capito che non gli sarà facile riuscire ad applicare il contratto firmato perché, che gli piaccia o no, le aziende non possono funzionare senza il consenso dei lavoratori. Due possono essere le strade: attendere la reazione di CGIL e FIOM, constatando il ruolo fidato e controllore della CISL e della UIL, oppure promuovere azioni di repressione che otterrebbero a lungo tempo un’azione uguale e contraria all’obbiettivo prefissato.
Del resto a differenza dei sindacati si può permettere di giocare su più piani, non ultimi quello di cedere segmenti produttivi per lui improduttivi. E’ il piano stesso di rilancio, tra l’altro sino ad oggi mai chiaramente presentato, che anche non velatamente lo prevede.Basti pensare alla trattativa in atto per la cessione dell’Alfa Romeo o del gruppo CNH trattori alla Mercedes.

Ancora una volta i peggiori da questo scenario sono proprio i nostri politici. In particolare quelli del Partito Democratico che pur non esprimendo nulla di serio in merito, hanno fatto più danni a se stessi che al paese. Una parte a favore, una parte contro, la maggior parte non so…
Delegando così ancora una volta il proprio ruolo, sempre ammesso che si possa oggi considerare ancora loro, alla CGIL come difensore della Democrazia in campo sociale e nel mondo del lavoro. Un ruolo che spetterebbe solo alle forze politiche ancora purtroppo totalmente inesistenti in questo paese.

Una cosa è certa in questa svolta un ruolo determinate lo hanno avuto i lavoratori, nel bene e nel male. Per questo andrebbe chiesto alla sinistra e al sindacato se era giusto accollare a quei lavoratori, la responsabilità della tenuta delle norme che ormai da anni hanno regolavano i rapporti intersindacali e padronali. Bisognerebbe chiedere, in particolare al gruppo dirigente della CGIL e del PD del perché si è arrivati a questo referendum; del perché sin dall’accordo sulla concertazione del 1992 ad oggi, i contratti nazionali non solo di categoria, prevedevano nel loro silenzio, la progressiva perdita di diritti e di potere d’acquisto. Soprattutto in fasi economiche mondiali dove nessuna, e sottolineo nessuna, contrazione dei mercati degna di essere chiamata tale, aveva scalfito il regime dei profitti delle classi imprenditoriali. Per anni si è parlato di rilancio e di ridistribuzione ma nulla di fatto si è veramente fatto in quella direzione. Meglio investire sul debito finanziario di molti paesi dell’eurozona e non solo, con capitali e profitti praticamente esenti da tasse.
A causa di questo, oggi siamo qui a subire il ricatto di un'azienda che anche in passato, sempre attraverso il ricatto occupazionale, in quegli anni ha costruito praticamente gratis lo stabilimento di Melfi ed avuto in regalo l’Alfa Romeo. Il solito ritornello? Certo, non bisogna mai dimenticarlo perché altrimenti non si riesce a comprendere il perché questo straordinario amministratore, possa con semplicità permettersi il rilancio del gruppo Fiat con un progetto per Mirafiori che comincia con la cassa integrazione per un anno, per adeguamenti degli impianti, e una produzione nel 2012 atta all’assemblaggio del nuovo SUV da 3000 cm3 aspirato benzina. Una vera chicca di macchina utilitaria, ecologica ed economica.


TESTO INTEGRALE DELL’ACCORDO

18/01/11

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