domenica 19 agosto 2018   
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editoriale » Un borghese piccolo piccolo  
UN BORGHESE PICCOLO, PICCOLO…
di Boris

Si resta esterrefatti se si pensa alla strada intellettuale e politica che Fausto Bertinotti ha percorso, dalla sua acclamata incoronazione a segretario del Partito delle Rifondazione Comunista nei primi anni novanta, a Presidente della Camera nell’attuale governo.

Il buon Fausto è passato da funzionario di “Essere Sindacato”, organizzazione sindacale comunista e spina nel fianco della CGIL, a segretario e teologo della “necessaria costruzione di un partito anticapitalista e comunista”. Un partito in cui si acclamasse a gran voce che “..a causa della globalizzazione, gli spazi di riforma del sistema capitalista erano finiti”. Una radicalità che attraverso un percorso di contaminazione iniziato con i “Progressisti”, nei fatti ha trasformato il PRC in un’organizzazione politica il cui gruppo dirigente, ormai ceto, solo a parole vuol apparire antagonista e radicale. Da partito di massa, a istituzional-riformatore organizzato come un comunissimo comitato elettorale. Perché è di questo si tratta.

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Fin qui nulla da obiettare, ognuno fa quello che ritiene opportuno e dato che questo percorso è stato apparentemente condiviso dai suoi iscritti, non starò certo a criticare queste scelte.

Quello che invece mi indigna è ancora una volta il tatticismo politico-istituzionale, figlio di una antica politica sindacale, che il presidente Bertinotti ha utilizzato con le sue ultime affermazioni rilasciate durante un’intervista a “La Repubblica” il 4 dicembre.

“Dobbiamo prenderne atto: questo centrosinistra ha fallito. La grande ambizione con la quale avevamo costruito l'Unione non si è realizzata..." o come altre del tipo “… io non so quanto andrà avanti (questo governo) può anche darsi che duri fino alla fine della legislatura, e non ho nulla in contrario che questo accada. Ma per favore, prendiamo atto di una realtà: in questi ultimi due mesi tutto è cambiato".

Già, tutto è cambiato e mai come ora, è necessario che il buon Bertinotti torni in forza per proclamare il suo “serrate le righe”. Non è possibile permettere infatti che l’egemonia a sinistra sia lasciata al Partito Democratico; il partito Veltroniano che immediatamente dopo la sua nascita, ha cominciato ha lanciare messaggi su possibili future “diverse” alleanze negli enti locali. Basti guardare quello che è avvenuto anche a Modena e Reggio Emilia, due comuni dove certamente il PRC non ha dato filo da torcere alla giunta regnante.

Un esternazione, quella rilasciata a “La Repubblica” che come da Bertinotti affermato, deve tener conto “..dell’autonomia, una grande questione, che nacque nel '56, con i fatti di Ungheria, con la rottura nel Pci, con lo scontro Nenni-Togliatti. … l'autonomia di un progetto, che la sinistra ha cancellato, rimosso. Oggi, per la sinistra radicale, il tema si ripropone. Devi vivere nello spazio grande e nel tempo lungo, per creare una grande forza europea per il 21° secolo. Se questa è l'ambizione, allora tutto va ripensato. Essere o meno alleati del Pd, stare o meno dentro questo governo: tutto va riposizionato in chiave strategica".
Una strategia che a quanto pare non ha intenzione di discutere neanche con la propria base. Basti verificare il percorso democratico compiuto nel suo partito per decidere la nascita della federazione della “Sinistra Arcobaleno”. Una decisone non votata e discussa solo marginalmente negli organi dirigenti del partito o con una conferenza programmatica basata essenzialmente sullo sventolare “il pericolo della vittoria delle destre”. Un percorso democratico discutibile ma certamente meglio, di quella decisione, ormai data per certa, secondo cui si rinvierebbe il congresso nazionale previsto a marzo, a data da destinarsi solo dopo una consultazione con i segretari regionali.

Alla faccia di un partito di militanti che vivono e partecipano alla costruzione di un progetto per un nuovo mondo.

Caro Bertinotti è inutile chiudere il recinto quando i cavalli sono ormai scappati. Se qualcosa come presidente della Camera dovevi dire, era quando nulla si è fatto per eliminare la legge Biagi, quando si è deciso di proseguire nella costruzione della base di Vicenza, quando si è proseguito nella finanziarizzazione delle missioni di guerra, quando si è permesso di soffocare la laicità dello stato, quando non si è fatto nulla per una seria riforma delle Tv, della sanità e della lotta all’evasione fiscale.

C’è forse un motivo se i dati forniti in questi giorni dal CENSIS tracciano un profilo degli italiani dove l’80% non crede più ai partiti. Non crede perché è ora che si torni a “fare" politica e non a strutturarsi come lobby e concentrare la propria attività su tatticismi partitici di bottega che a lungo andare conducono solo alla costruzione “del nulla” e alla distruzione della fiducia nelle istituzioni. Basta con le parole, è ora di fatti.

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