sabato 17 novembre 2018   
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editoriale » Uno sparo in fuori gioco  
UNO SPARO IN FUORI GIOCO
di ZioMano & Boris

Domenica di sangue, tutta colpa del calcio? Errore. Il calcio non centra nulla, qui si tratta di ben altro. Si tratta della continua impunità che ormai da anni, protegge la polizia, o meglio i poliziotti che non rispettano ne la legge ne la divisa che portano. Sono ormai storia i casi della Scuola Diaz e Bolzaneto, durante il G8 di Genova del 2001. Tutti assolti e negata l’autorizzazione per una commissione d’inchiesta parlamentare. Una commissione che aveva come principale obiettivo, non la denigrazione del corpo di polizia ma, la volontà di far “pulizia” di chi, in quei giorni, aveva volutamente scordato di essere un servitore della democrazia. Come non dimenticare ancora, l’omicidio Androvandi dove vari organi dello stato sono stati “complici” per insabbiare il tutto. Ed ultimo il caso di Aldo Bizantino che, arrestato per coltivazione di canapa indiana nel suo orto, muore “pestato a morte” nel carcere Capanne di Perugia. Morti che evidenziano l’esistenza di un ulteriore casta di intoccabili: la polizia.

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E’ ora di parlare, pochi giornalisti l’hanno fatto. Pochi hanno avuto la coerenza di ammettere l’esistenza di una sorta d’immunità di cui essi godono.

Nessuno nasconde che il mestiere del poliziotto è complesso ed estremamente difficile. Di come sia possibile commettere errori nel prendere decisioni fondamentali in una frazione di secondo.

Non è possibile pretendere da esseri umani la perfezione costante nell’agire. E doveroso però richiedere, anche nei piccoli interventi di quotidiana sicurezza, atteggiamenti meno arroganti nei confronti degli “inesistenti” e meno servili nei confronti dei “potenti”. Non ricordiamo che colpi sparati in aria abbiano mai ucciso rapinatori in fuga, assassini o mafiosi. Il rispetto lo si guadagna sul campo e non indossando semplicemente una divisa.

La cosa che indigna è l’autocensura esercitata da tutti i media sui fatti che coinvolgono le forze dell’ordine in genere. Soprattutto quando a questa si aggiunge il questore di Arezzo Dott. Vincenzo Giacobbe, come denunciato da Paolo Serventi Longo, presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, che oltre a nascondere, durante la conferenza stampa, il nome dell’agente colpevole, pretende che i giornalisti non facciano il proprio mestiere. Che è quello di fare domande.

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E’ questo ciò che ci indigna: la totale assenza di notizie o la diffusione di falsi resoconti smentiti solo grazie alla presenza di testimoni. Grazie a questi, in poche ore si è passati da un colpo sparato in aria, ad uno accidentalmente sfuggito mentre l’agente correva. Ed infine alla verità, quella di uno sparo ad altezza uomo effettuato tenendo la pistola a due mani.

Nel caso dell’omicidio di Perugia, Lubumba, pur non avendo ancora la certezza della sua colpevolezza, è stato sbattuto in prima pagina come assassino, mentre dell’agente omicida si sa poco o nulla.

In tutta questa vicenda quello che rimane incomprensibile è la difesa ad oltranza da parte dei politici e dei giornalisti nei confronti di chi si è reso colpevole. Una sorta di difesa “di parte” che non può fare altro che accrescere l’odio nei confronti delle forze dell’ordine.

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