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filosofia » Rocco Ronchi  

ROCCO RONCHI

Rocco Ronchi è nato a Forlì nel 1957. Laureatosi in filosofia a Bologna, ha poi conseguito il dottorato di ricerca presso l'Università Statale di Milano. Critico e saggista, insegna attualmente Scienze della comunicazione presso il CLEACC dell'Università Bocconi di Milano e Filosofia teoretica presso l'Università dell'Aquila. Tra le sue opere: Bataille Levinas Blanchot. Un sapere passionale (Spirali, Milano 1985); Bergson filosofo dell'interpretazione (Marletti, Genova 1990); La scrittura della verità. Per una genealogia della teoria (Jaca Book, Milano 1996); Luogo comune. Verso un'etica della scrittura (EGEA, Milano 1996); Il pensiero bastardo. Figurazione dell'invisibile e comunicazione indiretta (Christian Marinotti Editore, Milano 2001); Teoria critica della comunicazione, Bruno Mondadori, Milano 2003.

IL FANTASMA DELLA VITA*

di Matteo Tomasina

Parte I

Il concetto di “vita” nel pensiero contemporaneo
(Kant, Nietzsche, Bergson)


“Vita” sarà il concetto fondamentale di questo ciclo di lezioni, mentre con “fantasmi”, si intendono quegli esseri di soglia che, trapassati, tornano a funestare i vivi. Un elaborazione del pensiero che ha ricadute dirette su dibattiti odierni, eventi recenti a cui pensiamo senza citarli esplicitamente (i casi Englario e Welby, ad esempio).
Il pensiero di Ronchi comincia dalla riflessione contenuta in un saggio di Levinas del 1934, filosofo sviluppatore di un pensiero autonomo dopo esser stato l’allievo di Husserl e di Heidegger.
All’epoca, ancor giovane, pubblica “Qualche riflessione sulla filosofia dell’hitlerismo” sulla rivista Esprit, di orientamento cattolico progressista. E’ passato un anno dalla presa del potere del nazismo in Germania, e moti di destra sono esplosi anche in Francia.
Il pensiero di Levinas, distingue innanzitutto, la filosofia dell’hitlerismo da quella degli hitleriani. Questi ultimi sono sostenitori di un razzismo biologista, legato a contingenze storiche, e di cui è possibile il tramonto. L’altro pensiero contiene invece una vera e propria metafisica, un’intuizione di fondo sulla realtà, che potrebbe sopravvivere anche alla fine della filosofia degli hitleriani. E’ una concezione opposta alla nozione europea dell’uomo, così come emerge in duemila anni di storia. E’ antitetica tanto alla concezione giudaico cristiano di essenza umana, quanto alla visione liberale e marxisa. Cioè all’idea di uomo come spirito. In questo orientamento, l’uomo è definibile in base alla sua libertà. Non è un ente riducibile a dati biologici e a al determinismo. E’ un negare la natura, un essere al di là. E’criticità: il prendere le distanze del mondo come eredità del passato e trasformarlo.

La filosofia dell’hitlerismo è negazione di tutto ciò. La situazione a cui l’uomo è inchiodato è fatta fondo del suo essere. La prima cosa che siamo è corpo, determinismo biologico. Per la filosofia hitlerista valore fondante è il corpo vivente biologico, non lo spirito e la criticità. Io sono in balia della vita, non posso non essere il corpo che sono. L’uomo non è spirito, ma vita e corpo vivente.
Il lessico valorizzato nella civiltà giudaico cristiana viene scartato, oppure impiegato ma svuotato del suo senso originale (creando una neolingua). Lo spirito diviene così la vita, come elemento razziale biologico. E’ impiegata spesso la parola “destino”: si deve assumere la responsabilità del proprio fondamento “gettato”. Nascere ariano è un dato, il dovere è corrispondere a ciò che la nascita ha prodotto. Si insiste sul binomio sangue-terra, come fondo di essere a cui si è inchiodati. Il culto del corpo vivente, come veicolo per cui passa la vita, non è ornamentale. Il regime sosterrà campagne di massa per la salute.
Per L. si tratta di una metafisica vera e propria. Viene individuata la nuda vita: ha valore per il fatto che vive. La sacralizzazione della pura vita è all’opposto della concezione giudaico cristiana. Dal punto di vista cristiano infatti non è la pura vita a distinguere l’uomo. Per S. Paolo l’uomo è tripartito: il corpo, la vita, è l’aspetto con meno valore. Si trova poi una psiche, l’io, che muore con il corpo. Infine, il pneuma, lo spirito. L’elemento vitale vegetativo è posto in basso, come l’anima, la funzione ecologica. Lo spirito invece non è né anima né corpo: è il piano su cui opera la salvezza.
L’hitlerismo inchioda invece l’uomo alla definizione di nuda vita: non dipende da noi, e lungi da  essere una condizione da cui astrarsi, diventa verità ultima, dato di fatto. La filosofia hitleriana è metafisica della nuda vita. Il sacro è la vita. E’ indisponibile, non dipende da noi. La centralità della vita è la sua specificità fondamentale.

L’eugenetica nazista potrebbe apparire a questo punto una contraddizione. Si tratta di un’idea con una tradizione filosofica millenaria. Fu sostenuta da Platone, anche se pochi lo ricordano. Si teorizza la combinazione sessuale dei migliori nella Repubblica. L’eugenetica è infatti una grande politica del vivente. Ha a che fare con la produzione della realtà. L’ultimo Nietzsche, parlando di “grande politica”, sta pensando proprio alla politica del vivente. Si tratta di porre tutta la macchina statale in funzione della vita, che è valore assoluto. Si deve selezionare la vita migliore. L’eugenetica è la manipolazione della vita per la sua selezione. La selezione naturale viene fatta proseguire sul piano politico. Il politico si mette al servizio del processo naturale del vivere. Di per sé, questo è un processo impersonale che ha come scopo se stesso. La vita vuole solo un più di vita. L’eugenetica non è in contraddizione con l’hitlerismo. Il nazismo vuole l’apparato politico al servizio dell’apparato vitale.
Il vitalismo hitlerista è declinato in senso razzista dalla filosofia hitleriana. Il razzismo è la  differenza specifica che qualifica la vita. Prima del nazismo, c’era già un secolo di pensiero razzista, covato con le colonie e l’imperialismo. Anche lo sterminio attuato nel III Reich ha delle continuità con le politiche razziste nelle colonie.  
Per questo abbiamo parlato di “fantasma” della nuda vita. E’ il fantasma di Hitler. E’ il pensiero di una vita la cui sola caratteristica è voler vivere. Per i nazisti l’esistenza è vita. Mai due concetti non necessariamente sono sinonimi. Esistere implica un rapporto con la vita, ma vivere non è esistere. La dimostrazione è nel fatto che esistono anche situazioni in cui la vita può essere vissuta come invivibile. Si sente che quella vita non è tale. Nei libri dei sopravvissuti dei campi di Auschwitz, si parla ad esempio del “musulmano”: letteralmente, “colui non ha volontà propria”. E’ sceso al livello della pura biologia, in conseguenza del fatto di essere stato costretto a vivere una vita impossibile. Esistere non è riducibile alla vita. Esistere è essere in relazione, rapporto con il mondo esterno. La vita sana è quella che si realizza in modo conversativo con l’ambiente esterno. Non si è solo normati, ma si possiede anche una capacità normativa. L’esistenza ha il senso dell’atto, la vita è puro fatto, sottoposto a leggi meccaniche. Per esistere è indubbiamente necessario vivere, ma a questo l’esistenza non si riduce.

Come afferma Sartre, non sono riducibile al mio corpo-cosa, ma non sono senza. Io non sono quella cosa, essendola. Sono il copro, non essendolo. I nazisti vogliono inchiodare a questa dimensione, così come lo sguardo medico incolto. La distanza fra esistenza e vita, cioè la trascendenza dal corpo, rappresenta invece la dignità della persona. Non posso non essere quella cosa, ma non sono quella cosa. Io non sono riducibile alla vita, ma sono una vita. Questa si mostra quando ci rendiamo chiaramente conto che la vita non è tutto, anche senza arrivare a essere un eroe. La vita poi può essere sacrificata. C’è una qualità superiore che non si può schiacciare a elemento biologico. Una vita abietta, invece, è quella in cui la differenza tra esistere e vivere viene annullata.

La filosofia può dare un contributo al dibattito etico. Può liberarci dal fantasma della vita, salvarci dalla metafisica della vita. L’essenza dell’hitlerismo, la vita in sé, come valore assoluto, è del resto un costrutto teorico recente. Il concetto di un processo impersonale che vuole solo vivere nasce nel XVIII secolo. Prima si parlava solo di esseri viventi. Sono i filosofi romantici della natura che leggono Kant in un certo modo, traducendo la pura volontà come volontà di vivere. Poi si arriverà alla volontà di potenza di Nietzsche. La nuda vita è così un concetto giovane, e pericoloso.  La modernità produce il concetto di vita arrivando a ridurre l’esistere a un fatto, per questo misurabile e sottoponibile a processi di regolazione politica. Diviene un bene economico: un risorsa scarsa che deve essere gestita in un certo modo.

Ivan Illich., prete cattolico che contribuì anche ai lavori del Concilio Vaticano II, dopo essersi ritirato per dedicarsi solo alla riflessione filosofica, in un discorso alle chiese luterane degli Stati Uniti, afferma che “il nuovo feticcio che può distruggere il cristianesimo è la nuda vita”. E’ l’adorazione del vitello d’oro. I cristiani rischiano di fare il contrario di quello in cui credono. “Trasformare persone in pura vita è tanto pericoloso quanto mangiare il frutto di Eva”. L’uomo diventa risorsa economica, un bene da gestire al servizio della vita. E’ una riduzione di natura atea, materialistica. Il paradigma vitale diventa materialistico: si nega l’altro rispetto al fatto biologico.
Tutta la modernità si caratterizza per la riduzione dell’esistenza a fatto biologico. Anche la Salvezza è ridotta a salute.
Ciò che è insospettabile è che la riduzione venga fatta dal pensiero cattolico. Si trova in continuità con il pensiero ateo materialista. Sostiene il principio dell’indisponibilità della vita: la vita vuole solo vivere. Su questo piano la Chiesa difende la cultura del secolo.

La filosofia può fornire in questo caso al nostro agire un criterio rilevante e oggettivo, che orienta il diritto. Possiamo affermare oggettivamente che tutte quelle pratiche che annullano “l’oltre” dell’uomo, la sua dignità, e lo gettano nell’abiezione, sono pratiche malvagie. Al contrario di tutte le pratiche che vanno in direzione del “divino”, della somiglianza con l’assoluto. Il testamento biologico può essere serio. E’ una pratica che salvaguardia la differenza dell’esistenza con la vita. Il problema può sorgere per la mancanza di attualità di consenso: chi scrive il testamento? In realtà a farlo è lo “spirito”, non la vita che vive, ma chi prende le distanze da questa. E’ così per tutti i testamenti: è un “non vivo che scrive”. E’ lo spirito.
Solo con questa pratica, si può negare la filosofia dell’hitlerismo.

* Relatore il filosofo Rocco Ronchi

23/01/12

Parte II

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